A Palermo, le opere di Francesca Polizzi trasformano rovine e natura in sculture capaci di sfidare il tempo. Nata nel 1988, l’artista siciliana intreccia storia, architettura e elementi naturali, creando lavori che sembrano sospesi in un’altra dimensione temporale. I suoi pezzi, fatti di frammenti e strutture recuperate, parlano di fragilità e rinascita. Alla RizzutoGallery, fino al 20 giugno 2026, “Lunaria” apre le porte a un mondo dove rovine si animano, raccontando cicli naturali e rituali quasi dimenticati.
“Lunaria” prende spunto da un’immagine semplice ma carica di significato: la pianta Lunaria annua, famosa per le sue foglie argentate e trasparenti, come piccole lune appese. Polizzi dà forma a rami in ottone e bronzo che imitano la fragilità di quelle foglie, trasformandole in sculture che giocano con la luce e l’ombra. L’installazione non è solo un omaggio al ciclo botanico, ma una riflessione sul tempo scandito da fasi e ritmi ciclici. La luna qui diventa simbolo e testimone: un corpo celeste che illumina il continuo alternarsi di vita e dissoluzione.
Le superfici metalliche smaltate sembrano muoversi leggermente, come se respirassero, distraendo chi guarda dal carattere immobile della materia. Ogni dischetto riflette un piccolo mondo, un microcosmo sospeso tra l’effimero e l’eterno. Le ombre che si proiettano amplificano l’effetto scenico, dando vita a una danza silenziosa dentro le pareti della galleria. Il risultato è un paesaggio sospeso, fragile ma vivo, dove la scultura riprende un ritmo antico della natura.
Al centro della ricerca di Polizzi c’è il rapporto tra elementi naturali e forme architettoniche. Rocce, grotte, stalattiti e stalagmiti si mescolano con strutture urbane come archi, colonne e volte, anche ispirate alla tradizione islamica dei muqarnas. Questi lavori creano un dialogo tra la pietra naturale e l’opera dell’uomo, mettendo in luce il continuo gioco tra creazione e dissoluzione.
La scultura “Volta” , che accoglie i visitatori all’ingresso della mostra, rappresenta la fragilità dello spazio. Un soffitto rovesciato fatto di ferro, lana grezza e gesso, che sembra cadere e mette in crisi la percezione di chi guarda. Capovolgendo cielo e terra, l’opera domina lo spazio con una presenza sospesa, sfuggente ma allo stesso tempo tangibile.
La materia preferita da Polizzi è la lana grezza, lavorata con tecniche di infeltrimento e ibridazione. Questo materiale richiama il legame con la natura, la lentezza e la vita agro-pastorale, riflessi nelle pratiche rituali legate al tempo e ai cicli stagionali. La lana diventa così un tessuto generativo, capace di trasformare in scultura la nostalgia e il rapporto profondo con il mondo animale e naturale.
Polizzi lavora anche superfici bidimensionali che sfiorano la scultura, usando tecniche come la pittura a encausto, la serigrafia e la stampa digitale su feltro di lana grezza. Queste opere, con bordi spessi e superfici stratificate, riproducono frammenti di paesaggi rupestri e strutture architettoniche segnate dal tempo.
Nel dittico “Tillite” emergono scorci di grotte e ambienti rupestri, che sfuggono a una lettura immediata per trasformarsi in nuclei visivi quasi astratti. La materia racconta la lunga azione degli elementi, un processo millenario di formazione e decomposizione. In dialogo con “Tillite”, l’opera verticale “Enantis II” evoca una soglia sacra, un paesaggio sospeso tra archeologia e immaginazione, tra memoria e futuro incerto.
Questi lavori parlano di tempo, dimenticanza e stratificazione della storia. Gli ambienti naturali e i siti archeologici si trasformano in una geografia immaginaria dove la materia si carica di segni antichi e simbolici.
Inedita nella sua ricerca, l’installazione “Elegia” segna l’approdo di Polizzi alla ceramica. Qui la lana fa da legante, consumandosi in cottura e lasciando tracce di strutture, perforazioni e rilievi nelle forme. Il risultato è un gioco di contrasti tra pieni e vuoti, un tema ricorrente nelle sue sculture.
Le opere in mostra sono piccole architetture scheletriche: colonne sbreccate, nicchie, scale e angoli di edifici antichi ridotti a ruderi, come memorie materiali di un passato consumato o polverizzato. La tensione tra dissoluzione e forma richiama la poetica di grandi scultori del Novecento come Giacometti o Leoncillo, nei volumi materici e nell’armonia imperfetta che traduce la figura in segno e gesto.
Questi manufatti in ceramica ampliano lo sguardo di Polizzi sulle trasformazioni della materia, confermando la scultura come mezzo per raccontare storie alternative rispetto al ritmo frenetico e caotico del tempo moderno.
Le opere di Polizzi si ancorano a un “tempo puro”, un concetto elaborato da Marc Augé che si differenzia dal tempo storico e dalla velocità della vita contemporanea. È un tempo senza storia, un’esperienza soggettiva dove passato e presente si intrecciano tra rovine e residui.
L’arte dell’artista palermitana cattura queste sensazioni di durata e sparizione, mantenendo vivo il rapporto fisico tra spettatore e materia in trasformazione. Le sue sculture e installazioni, vibranti e tattili, offrono una memoria non lineare, fatta di visioni di cambiamento e rinnovamento.
“Lunaria” dimostra come l’arte contemporanea possa recuperare quel tempo lento e rituale che sopravvive tra i frammenti e le macerie, regalando nuove chiavi di lettura sull’esperienza umana del passaggio e della trasformazione.
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