
Nel cuore di Ulaanbaatar, tra le mura del Museo Zanabazar, prende vita un racconto che attraversa secoli. Marco Polo, il celebre viaggiatore veneziano, torna a camminare lungo le steppe mongole, non con i suoi passi ma attraverso l’arte contemporanea. Il 2024 segna il settimo centenario della sua morte, un’occasione che la Biennale di Venezia ha colto al volo, trasformando la sua storia in un percorso espositivo. “Dove corrono splendidi cavalli” non è solo una mostra: è un dialogo vivo tra il presente e il passato, tra artisti mongoli e le vastità di una terra che, un tempo, fu al centro della Pax Mongolica. Qui, ogni opera racconta una sfumatura di quella storia, intrecciando tradizione e modernità senza mai perdere il filo del viaggio.
Ulaanbaatar: crocevia di culture e storie
La tappa in Mongolia segna la quinta fase di un viaggio culturale che ha già toccato città come Hangzhou, Venezia, Istanbul e Nuova Delhi. Fino al 20 luglio 2026, il Museo Zanabazar ospita le opere di due artisti di spicco della scena mongola contemporanea: Baatarzorig Batjargal e Dolgor Ser-Od. Le loro creazioni si confrontano con la collezione permanente del museo, creando un ponte tra passato e presente. Ma non è tutto: fuori dal museo, un’installazione prepara i visitatori a immergersi in un percorso fatto di memorie e suggestioni. Questa mostra non è una celebrazione accademica: è un’esperienza viva, che attraversa tempo e spazio intrecciando diverse sensibilità culturali.
La presenza in Mongolia assume un peso particolare se si pensa al contesto storico del viaggio di Marco Polo. Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, sottolinea come la Pax Mongolica sia la chiave per capire quel periodo di intensi scambi e trasformazioni, ancora oggi presenti nella memoria collettiva. Ulaanbaatar diventa così un’occasione preziosa per riflettere sull’eredità storica e sull’arte contemporanea della regione, dove tradizione e modernità si mescolano in modo autentico e complesso.
“Dove corrono splendidi cavalli”: la steppa raccontata dalla poesia
Il titolo della mostra prende spunto da una poesia di Dashdorjiin Natsagdorj, pilastro della letteratura mongola. Non è una scelta casuale: evoca la vastità e la forza della steppa, cuore pulsante della cultura mongola. La curatrice Luigia Lonardelli racconta l’emozione di scoprire una Mongolia lontana da ogni idea di “paesaggio addomesticato”. Qui, la natura è selvaggia, primordiale, con cieli e terre che conservano intatta la loro potenza.
Questa natura riflette anche il profondo rispetto che il popolo mongolo nutre per gli elementi fondamentali: fuoco, acqua e terra. La poesia di Natsagdorj racchiude questo legame di libertà e connessione con la natura, attraversando i diversi paesaggi mongoli: dalle steppe ai deserti, dalle montagne ai grandi laghi come Hôvsgôl. Per gli artisti contemporanei di qui, questa relazione è fonte di ispirazione. La poesia diventa così una lente per capire il senso più ampio della mostra: la ricerca di un’identità culturale e artistica in un mondo in continuo cambiamento.
Lonardelli spiega come titolo e poesia abbiano guidato tutto il progetto, spingendola a guardare oltre la semplice scelta delle opere. Il paesaggio mongolo, con la sua storia millenaria, diventa protagonista di una narrazione culturale complessa, dove tradizione e contemporaneità si fondono senza soluzione di continuità.
Tra passato e presente: le opere di Baatarzorig Batjargal e Dolgor Ser-Od
Scegliere gli artisti giusti non è stato facile. La Mongolia, pur con una popolazione ridotta, vanta una tradizione artistica ricca, fatta di scuole e metodi tramandati nel tempo. Qui l’idea di artista solista, tipica dell’Occidente, si mescola al lavoro collettivo e alla formazione accademica. Baatarzorig Batjargal e Dolgor Ser-Od si distinguono per la loro tecnica e per un linguaggio personale che riflette un rapporto autentico con la storia e l’ambiente.
Le loro opere sono come “segni di interpunzione” in un racconto culturale più ampio. Dolgor Ser-Od, con l’opera Dense Population, offre una visione a volo d’uccello di Ulaanbaatar, richiamando la pittura tradizionale Mongol Zurag. Il dialogo con la collezione del museo è un segno tangibile di continuità artistica, lontana dalle rigide suddivisioni storiche occidentali. Qui tecniche antiche e forme contemporanee convivono, dando vita a un tempo fluido.
Questo modo di vedere l’arte mette in discussione la classica divisione tra antico e moderno, invitando il pubblico a pensare all’arte come a un flusso senza interruzioni. La mostra, ospitata in un museo dedicato a Zanabazar – artista, monaco e viaggiatore del XVII secolo – mette in luce il rapporto tra spiritualità e movimento, temi che si intrecciano naturalmente con la figura di Marco Polo e con il tema del viaggio.
Amfibio: l’arte che si apre alla città
La mostra non si ferma alle sale del museo. Davanti all’ingresso, in piazza, c’è Amfibio, un’installazione dell’artista turco Cevdet Erek. Questa struttura modulare cambia forma a seconda del luogo e delle tradizioni locali, diventando un elemento vivo e partecipativo. Amfibio accompagna un ciclo di reading promossi con l’Unione degli Scrittori Mongoli, sottolineando il carattere dialogante del progetto.
Non è solo un’installazione, ma un’architettura aperta, pronta a ospitare eventi, suoni, incontri. I giunti e i connettori sono realizzati con tecniche tradizionali di carpenteria mongola, unendo artigianato locale e modernità. Amfibio è un vero “palco urbano” che invita la comunità a partecipare e interagire, confermando la natura itinerante e adattabile del progetto.
Curare un progetto in movimento tra culture e tradizioni
Dietro questa impresa c’è la curatrice Luigia Lonardelli, che racconta un modello espositivo in continua evoluzione. Nato all’interno dell’Archivio Storico della Biennale di Venezia, sotto la guida di Debora Rossi, il progetto si confronta con culture diverse, assumendo ogni volta nuove forme. Venezia, città di viaggi e scambi, diventa simbolo di un modo di pensare che attraversa confini e mentalità.
Lonardelli spiega come ogni tappa non solo si inserisca nella precedente, ma la arricchisca, favorendo trasformazione e adattabilità. Questo permette di guardare ai luoghi con occhi nuovi, senza incasellarli negli schemi occidentali, valorizzandone invece le specificità culturali e artistiche.
L’esperienza in Mongolia conferma la capacità di coniugare rigore scientifico e apertura al dialogo, in un confronto che attraversa tempo e spazio. “È il vento che fa il cielo” resta una testimonianza viva di come memoria storica e creatività contemporanea possano intrecciarsi, offrendo nuove chiavi per leggere il viaggio, le identità culturali e l’arte globale.
