
Nel seminterrato del Real Alcázar di Siviglia, tra muri antichi e luci soffuse, Alejandro Vico dà voce a un passato che si sgretola. Nato a Granada nel 1983, l’artista spagnolo si immerge nelle vestigia dell’impero asburgico, ma senza alcuna retorica celebrativa. Qui non ci sono fasti o trionfi, solo tessuti consumati, tracce bruciate, immagini che si disfano lentamente. Quel potere imponente, ora ridotto a frammenti fragili, si mostra in tutta la sua dissoluzione, come se il tempo avesse riscritto la storia cancellando l’ufficialità per lasciare soltanto una memoria incerta, sospesa tra presenza e assenza.
Carlo V e Isabella: simboli di un impero in bilico
Carlos V e Isabella del Portogallo non sono solo figure storiche, ma icone di un impero che ha segnato l’Europa rinascimentale. Vico parte proprio da qui, dal rapporto tra immagine e potere che si riflette nei volti e nelle pose di questi sovrani, immortalati da Tiziano e altri maestri per costruire un’autorità indiscussa. Il celebre ritratto di Carlo V a cavallo del 1548 diventa così un simbolo della legittimità politica e della continuità dinastica.
Ma l’artista non vuole restaurare o esaltare queste immagini. Le trasforma, le decostruisce, le mette alla prova. Il suo sguardo si posa sulla materia che si corrode, sulle tracce dell’erosione, sulla perdita e sul tempo che scorre, mettendo in discussione la capacità dell’immagine di fissare per sempre identità e potere. In queste opere l’immagine imperiale appare e svanisce allo stesso tempo, rivelando una memoria non statica, ma in continuo movimento.
Il seminterrato del Real Alcázar: uno spazio che parla di stratificazioni e tempo
La scelta di ambientare “Ecos de un Imperio” nei seminterrati del Real Alcázar è parte integrante del progetto. Questi spazi, nascosti e meno celebrati rispetto alle sale principali, sono un deposito di memorie stratificate. Il palazzo, con la sua mescolanza di stili islamici, mudéjar e cristiani, racconta di epoche diverse che convivono. Vico fa emergere tutto questo, senza però puntare su un effetto monumentale.
Spostare lo sguardo dalle stanze ufficiali a questi locali significa passare da un’esperienza celebrativa a una archeologica, da una superficie lucida a una materia che resiste sotto forma di tracce consumate, odori di combustione e tessuti sfiniti. Il frammento diventa così metafora della memoria storica, ma anche ponte tra passato e presente. Vico non vuole né attaccare l’impero né limitarlo a un semplice ricordo, ma riattivarlo per aprire nuove strade di lettura.
Polvere da sparo, materia e spettatore: un dialogo di sensi e tempo
Al centro della ricerca di Vico c’è la polvere da sparo, scelta non casuale ma simbolo di distruzione e trasformazione. Questo materiale, usato per bruciare e alterare le superfici, diventa metafora di potere e fragilità insieme. L’artista racconta che “tutto è nato guardando per caso una traccia di zolfo che bruciava, intuendo subito il potenziale espressivo dei residui lasciati.”
Il lavoro di Vico è frutto di un’analisi accurata della polvere, dei suoi componenti chimici e delle reazioni che provoca. Ha sviluppato persino una miscela personale per ottenere sfumature di colore e consistenze diverse. Le sue opere si trovano così in un punto di equilibrio instabile, tra creazione e distruzione.
Lo spettatore ha un ruolo fondamentale: l’opera si completa solo con il suo sguardo. L’esperienza diventa quindi personale, mai totale, fatta di dettagli da scoprire, odori da sentire, tracce da toccare con gli occhi. Questo coinvolgimento sensoriale trasforma la mostra in un dialogo vivo, che allunga il tempo della riflessione oltre la semplice visione.
Parola all’artista: dalla scoperta casuale alla nuova frontiera dell’astrazione
Alejandro Vico racconta di come la polvere da sparo sia entrata nella sua ricerca quasi per caso, ma sia diventata presto elemento centrale per esplorare temi di creazione, distruzione e persistenza. Pur ispirandosi a figure come Cai Guo-Qiang, noto per l’uso di materiali esplosivi, Vico ha elaborato una tecnica tutta sua, frutto di sperimentazioni chimiche e ambientali.
Se da un lato riconosce l’importanza storica della ritrattistica imperiale, dall’altro si distanzia da una lettura nostalgica o canonica. Vuole mettere in gioco quelle immagini, non come documenti fissi, ma come materia viva, aperta a trasformazioni continue. Invita il pubblico a soffermarsi sui particolari più minuti, come l’odore e il residuo del tessuto bruciato, per vivere un’esperienza che va oltre la superficie.
Oggi l’artista sta esplorando l’astrazione, cercando di liberarsi dai vincoli della figurazione e del simbolismo, continuando un percorso di trasformazione di forme e significati sempre nuovo e imprevedibile.
La mostra “Ecos de un Imperio” è aperta fino al 19 giugno 2026 negli spazi del Real Alcázar di Siviglia, nel cuore del Casco Antiguo, un luogo dove il passato continua a lasciare segni vivi, pronti a interrogare chi li attraversa.
