Nel Sulcis Iglesiente, dove le miniere chiuse e le fabbriche abbandonate segnano il paesaggio, un gruppo di artisti si fa portavoce di una battaglia che va oltre l’arte stessa. Tre attiviste per i diritti delle sex workers si uniscono a loro, trasformando i propri corpi in una protesta viscerale contro l’industrializzazione selvaggia che ha lasciato dietro di sé solo discariche tossiche e industrie belliche. Tra le rovine di questo angolo dimenticato della Sardegna, la loro voce si fa urlo, capace di scuotere chiunque si fermi a guardare.
Il Sulcis Iglesiente porta ancora i segni di un passato industriale pesante. Per decenni è stato uno dei poli minerari più importanti d’Italia, con estrazioni di carbone, piombo e zinco che hanno dato lavoro ma anche lasciato cicatrici profonde. Le miniere hanno plasmato l’economia locale, ma hanno anche causato danni irreparabili al paesaggio e alla salute della gente.
Uno dei simboli più evidenti di questa tragedia è la discarica di fanghi rossi a Iglesias: una distesa di residui tossici che ha compromesso il terreno, rendendo alcune zone inabitabili e minacciando fauna e falde acquifere. Poco distante, Portovesme si è trasformata in un polo industriale concepito per tamponare la crisi mineraria, ma che oggi è un nuovo focolaio d’inquinamento. Le speranze di un rilancio sono naufragate di fronte a problemi sociali e ambientali non risolti.
A chiudere questo quadro c’è la fabbrica RWM di Domusnovas, che produce armamenti. Un legame diretto tra il Sulcis e il mercato globale della guerra, che alimenta un ciclo di violenza che si riflette anche sul territorio. Qui, progresso e degrado convivono in una realtà difficile da accettare.
Obscene nasce nel 2024 dall’incontro tra il collettivo Giuseppefraugallery e tre attiviste storiche nella difesa dei diritti dei sex workers: Mistress Belle, Jane Grey e Sonia Nowak. Insieme hanno voluto rompere gli stereotipi sulla sessualità, usando l’arte per capovolgere le immagini a cui siamo abituati.
Il progetto si è sviluppato nel Villaggio Norman 4, un luogo che ha fatto da laboratorio ideale per mescolare provocazione estetica e temi sociali. Le immagini di Obscene giocano con i codici del sex work e del fetish, ma non per fare solo scalpore. Sono piuttosto uno strumento per attirare l’attenzione sul disastro ambientale e sociale che avvolge il territorio.
Le attiviste si muovono in paesaggi industriali devastati: discariche tossiche, fabbriche di armi, impianti metallurgici. I loro corpi diventano un elemento di rottura, una sfida all’indifferenza verso la distruzione che le circonda. La sessualità, spesso nascosta o stigmatizzata, qui si fa mezzo politico per costringere chi guarda a confrontarsi con ciò che normalmente si ignora o si accetta senza fiatare.
Obscene si muove a cavallo di più mondi: ecologia politica, memoria industriale e lotte transfemministe. Il progetto mette a nudo un paradosso culturale: perché il corpo sessualizzato crea disagio e censura, mentre paesaggi avvelenati dall’inquinamento passano inosservati o vengono banalizzati? Questa domanda scuote chi guarda, smascherando un doppio standard ben radicato nella società.
Attraverso performance e fotografie, le attiviste traducono questa denuncia in modo diretto e forte. Immersi in scenari di rovina, i loro corpi trasformano l’arte in un gesto politico. La sessualità consensuale perde il suo alone di tabù per diventare linguaggio di protesta contro uno scandalo vero: industrie e infrastrutture che stanno distruggendo la vita e il futuro di un’intera comunità.
Obscene ribalta così il concetto di “osceno”, spostandolo dalla trasgressione sessuale a ciò che davvero offende la vita. Con queste immagini, il progetto capovolge la scala degli scandali sociali, chiamando a raccolta l’attenzione sul cambiamento necessario, partendo proprio dal territorio ferito e dai corpi messi in scena.
Obscene si può visitare al Villaggio Norman 4, dove è ospitato dal 2024 con apertura prevista fino a giugno 2026. Chi si avvicina a questa esperienza trova un mix di fotografia, performance e riflessione sociale che offre uno sguardo nuovo sulla storia industriale della Sardegna e sulle lotte per i diritti civili. Un invito a mettere in discussione pregiudizi e abitudini visive.
La mostra è un’occasione concreta per vedere come l’arte contemporanea possa diventare strumento di denuncia su temi urgenti come la crisi ambientale e la giustizia sociale. Un racconto che coinvolge il pubblico, spingendolo a guardare oltre la superficie e a interrogarsi sulle regole della nostra cultura.
Obscene si conferma così un progetto di grande valore, capace di aprire un dialogo intenso tra passato e presente, corpo e territorio, protesta e memoria collettiva. Un messaggio forte per il futuro del Sulcis Iglesiente e non solo.
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