“Tremila spettatori in città per un festival di danza contemporanea: a Genova succede, eccome”. Il dato sorprende, soprattutto in una città dove il teatro tradizionale domina e la danza fatica a trovare spazio. Senza il Festival di Nervi, previsto per il 2026, il rischio era che la danza contemporanea perdesse terreno. Invece, FuoriFormato, giunto all’undicesima edizione, ha dimostrato il contrario. Tra decine di spettacoli e una platea esigente, ha acceso un dibattito silenzioso: la danza può ancora catturare e muovere il pubblico genovese, se parla con sincerità e passione.
Sotto il cielo d’estate, FuoriFormato si è sviluppato in quattro giorni intensi, con dieci spettacoli dal vivo e trentatré film di videodanza. Molti appuntamenti a ingresso gratuito hanno avvicinato un pubblico variegato: turisti, passanti, appassionati e anche chi si è fermato per caso. Secondo la direzione artistica, il vero problema non è la mancanza di spettatori, ma la distanza che spesso si crea tra chi danza e chi guarda.
Il festival ha dato nuova dignità a un settore spesso costretto a giustificarsi. A Genova, città di contrasti tra storia, cultura e periferie, la danza si è fatta spazio tra la quotidianità e i luoghi simbolo, senza rinunciare alla propria identità.
Uno dei momenti più forti è stato in piazza De Ferrari, cuore pulsante di Genova, con “Swan” di Gaetano Palermo. Rita Di Leo, su pattini, si è trasformata in una scultura vivente, attraversata da spasmi improvvisi. Turisti, impiegati, passanti si sono fermati, attratti da quella presenza insolita. Non solo uno spettacolo, ma un vero e proprio blocco del flusso quotidiano, con la gente raccolta sulle scalinate di Palazzo Ducale, incuriosita e sorpresa.
Il contrasto tra la danza vibrante e la rigidità del teatro Carlo Felice e della statua di Garibaldi ha creato una tensione potente. Qui la danza non è rimasta confinata al palco, ma ha invaso la strada, rompendo barriere e abitudini.
Nel Ponente genovese, Villa Durazzo Bombrini ha fatto da cornice a “Quasi Niente N.1”, spettacolo del trio Pangaro, De Vries e Piva. La villa settecentesca, con le sue grandi finestre che si affacciano sul porto, ha incorniciato gru e container, creando un contrasto tra passato e presente. La danza, fatta di corse, camminate e improvvisazioni, ha richiamato tanto figure storiche quanto immagini popolari, trasformando il corpo in protagonista di un racconto urbano tra eleganza antica e vita portuale.
FuoriFormato ha offerto un panorama ricco di stili e atmosfere. Alla Sala Camino, “Alexis 2.0” di Aristide Rontini, con Cristian Cucco, ha esplorato i confini tra corpo ed espressione, mescolando voguing, danza da discoteca e teatro d’avanguardia, tra storia e provocazione.
In parallelo, “Kama” di Gianni Notarnicola ha portato energia più leggera e accessibile, coinvolgendo anche i bambini con giochi di leggerezza e sorpresa. A chiudere, “Konpira Fune Fune” di Anna Pesetti e CollettivoDieci ha giocato con la materia, sporcando il corpo di farina per rendere visibile l’aria che si muove nei gesti.
Non sono mancati momenti di scambio tra artisti e pubblico, con chiacchiere informali e un clima conviviale che hanno trasformato il festival in un’esperienza condivisa, più che in una semplice rassegna.
FuoriFormato ha esteso la sua presenza anche al porticato di Palazzo Ducale, con nomi di rilievo internazionale. La canadese Louise Bédard ha incantato con “Morceaux Choisis”, un viaggio poetico nella memoria corporea, fatto di sensualità e grazia. La sua danza è stata una narrazione intensa, capace di aprire una finestra su decenni di esperienza.
A chiudere il festival, “Hire me, please” del cipriota Panos Malactos ha messo in scena un’audizione trasformata in rituale, tra comicità e durezza, con temi queer. Dietro la maschera e il body rosso, l’artista ha mostrato vulnerabilità e forza, trascinando il pubblico dentro il paradosso del mostrarsi per essere scelti, rivelando la danza come espressione profonda dell’anima.
Le cifre e le storie di FuoriFormato raccontano di un pubblico vario, lontano dalle platee tradizionali. Giovani, famiglie, turisti e cittadini si sono trovati a condividere la danza senza doverla cercare troppo. È chiaro: il teatro ha radicato riti e abitudini, mentre la danza contemporanea deve ancora conquistare il suo spazio, ogni volta.
Ma FuoriFormato dimostra che quella soglia si può oltrepassare. In una Genova dove l’estate rischia di diventare un deserto culturale, la danza ha saputo occupare spazi pubblici e privati, coinvolgendo corpi e sguardi con naturalezza. Per qualche giorno, una porta si è aperta. E la città ha risposto, viva e presente.
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