Entrare in “El glaciar ido” di Cecilia Vicuña al Castello di Rivoli significa farsi avvolgere da un fitto intreccio di fili di lana grezza, bambù e spago sospesi nell’aria. Cammini piano, e quei sottili fili si muovono con te, sfiorandoti, lasciando un’impronta invisibile sulla pelle. Non è un’opera da osservare a distanza: è un’esperienza che coinvolge il corpo e la memoria, un quipu moderno che racconta perdita e legami antichi. Marcella Beccaria, vicedirettrice e curatrice della mostra, spiega che qui la materia parla da sola, senza bisogno di parole. Un invito a entrare in uno spazio dove il tempo sembra sospeso fino al 2026.
“El glaciar ido” è la prima mostra personale di Cecilia Vicuña in un museo italiano, ospitata nella Manica Lunga del Castello di Rivoli fino al 20 settembre 2026. L’opera si presenta come un quipu acostado, una struttura orizzontale fatta di fili lisci, senza nodi, che porta la tradizione precolombiana in una chiave nuova. Nel mondo andino, il quipu era un complesso sistema di corde annodate usato dagli Inca per registrare numeri, eventi e storie. Qui, invece, la mancanza di nodi è un segno di perdita, un richiamo all’oblio della conoscenza. Beccaria racconta come Vicuña prenda spunto da un trauma storico: la distruzione violenta del quipu da parte dei conquistatori spagnoli, che cancellarono la sua funzione e uccisero i suoi custodi, i quipucamayoc.
L’artista spiega che fare un quipu oggi è un gesto di speranza, una forma di comunicazione diversa, non lineare, che nasce dal contatto diretto con la materia e dal collettivo. I fili sospesi nel Castello di Rivoli ricompongono questa memoria spezzata e invitano a riavvicinarsi a un sapere apparentemente perso, ma che resta impresso nel tessuto culturale, anche se inaccessibile.
Secondo Marcella Beccaria, “El glaciar ido non è un’opera da ammirare da lontano, ma da attraversare, da vivere.” Chi visita si trova immerso in un rapporto diretto con la materia: lana, bambù e spago, scelti per la loro naturalezza e semplicità, non sono oggetti rigidi, ma elementi vivi che si muovono, si avvicinano, si lasciano toccare, stimolando corpo e sguardo.
Questo coinvolgimento fisico sottolinea quanto la percezione corporea sia centrale nel lavoro di Vicuña, che da sempre unisce arte, poesia, performance e impegno sociale. L’opera spinge a rallentare, a lasciare da parte la fretta di consumare immagini e a instaurare un legame più profondo con le sensazioni e la memoria del corpo. Ogni piccolo filo che si stacca diventa un “resto minimo” che accompagna il visitatore anche fuori dalla mostra.
La scelta del Castello di Rivoli non è casuale. Beccaria racconta che Vicuña ha guardato con attenzione il paesaggio intorno, le montagne e i ghiacciai antichi che hanno modellato il territorio piemontese. L’anfiteatro morenico e i laghi di Avigliana sono testimonianze di un passato naturale sconvolto, tracce geologiche di un mondo che cambia e scompare.
“Il ghiacciaio scomparso” non è solo un richiamo ambientale, ma una memoria lontana, un simbolo del rapporto tra natura, tempo e umanità. Questa prospettiva allarga il senso dell’installazione, mettendo in dialogo la memoria delle comunità andine con quella ambientale locale, in un confronto che attraversa spazio e tempo.
Il progetto rispetta una stretta coerenza tra forma, materia e significato. Vicuña ha escluso materiali come nylon, acciaio o plastica, scegliendo lana, bambù e spago, tutte materie naturali, biodegradabili e raccolte con rispetto. Questa scelta si inserisce nella pratica dell’Arte Precario che l’artista porta avanti dagli anni Settanta, basata sull’uso di materiali effimeri, piccoli scarti o “basuritas” che parlano della fragilità ma anche della forza rigeneratrice della materia.
Prima di iniziare il lavoro, Vicuña è salita ai piedi del Monte Bianco per chiedere il permesso alla montagna, un gesto carico di spiritualità e rispetto verso gli elementi naturali, che testimonia il suo legame con un pensiero ecologico attivo. Quel dialogo con la natura si sente in ogni filo sospeso, che sembra avere vita e raccontare una storia con il suo movimento lieve.
La mostra non resta chiusa nelle sale del Castello, ma si apre al territorio e alla collaborazione con l’Accademia Albertina di Torino. Attraverso passeggiate pubbliche, i partecipanti hanno raccolto materiali naturali utili per costruire l’opera, seguendo il modello delle escursioni artistiche di Vicuña.
Un gruppo di studenti ha realizzato “Quipu Canoa”, un’opera collettiva che ricorda “Canoa de luz”, lavoro di Vicuña del 2000 a Rivoli. La canoa è stata poi esposta e lasciata agli agenti atmosferici, un ulteriore simbolo di fragilità e ciclicità legata ai cambiamenti ambientali. Questo approccio partecipativo dà sostanza alla dimensione collettiva e generativa della mostra.
Beccaria sottolinea che questa non è solo un’opera bella da vedere, ma soprattutto “necessaria”. La sua fragilità e la sua natura mutevole raccontano il passare del tempo e delle presenze, parlano di perdita e di vita che convivono nella memoria. La lana che si muove, si stacca e si riannoda è un segno della possibilità di ricucire simbolicamente un filo interrotto.
La mostra invita a pensare su più livelli: non riguarda solo il ghiacciaio che si scioglie, ma anche chi è stato cancellato, messo a tacere da regimi autoritari o dalla storia, e la lentezza dell’attenzione che ci allontana dal mondo naturale e sociale. L’assenza del nodo nel quipu diventa un potente simbolo di interruzione nel racconto e nel contatto con la realtà.
Più che dati o spiegazioni, la mostra vuole lasciare un’esperienza concreta, fisica. Le informazioni – dalla storia dei quipu alla geologia locale o al contesto cileno di Vicuña – sono importanti, ma restano sullo sfondo. L’opera si nutre delle sensazioni dirette di chi la visita. Il pubblico è chiamato a sentire la sparizione non come un fatto lontano, ma come una perdita attuale, una mancanza di memoria, attenzione e relazione.
L’installazione diventa così un modo per ricordare che ciò che perdiamo non sono solo cose visibili, ma anche la capacità di tenere aperto un filo con il mondo che abitiamo. “El glaciar ido” è un invito a restare vigili e presenti, un filo disteso nel tempo che possiamo ancora intrecciare con cura e consapevolezza.
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