Albissola Marina, Liguria. Tra le pareti antiche della Casa Museo Jorn, la ceramica si trasforma in qualcosa di più di un semplice oggetto d’arte. Luca Trevisani, veronese classe 1979, ha dato vita a “Kotykeye”, un progetto che sembra respirare, pulsare, raccontare. Non si tratta solo di forme e colori, ma di un dialogo intenso tra arte, architettura e natura, un confronto che invita a guardare oltre la superficie. Qui, dove un tempo abitava Asger Jorn, ogni pezzo vibra di memoria e fragilità, come se la ceramica stessa custodisse un rito, un segreto da scoprire con rispetto e curiosità.
Ceramica, rituali e relazioni: l’essenza di Kotykeye
“Kotykeye” è il punto d’arrivo di un progetto che Luca Trevisani porta avanti da anni, un intreccio di ceramica, rituali antichi e riflessioni sulla memoria come nutrimento non solo fisico ma culturale. L’artista costruisce un lavoro che si muove tra oggetti e pratiche, trasformando la scultura da semplice elemento da ammirare a strumento vivo di ascolto e relazione. Le sue opere invitano il pubblico a un’esperienza di convivialità, intesa come scambio e contatto, uscendo dalla freddezza delle gallerie per entrare in dialogo diretto con chi osserva e tocca.
Il progetto, sostenuto dall’Italian Council, ha già toccato musei e spazi internazionali di rilievo: dal FRAC in Corsica all’Académie Internationale de la Céramique a Ginevra, dal Museo Nazionale d’Arte Moderna di Zagabria a Palazzo Ducale a Genova. Oggi si stabilisce in modo definitivo nella collezione permanente del Museo Madre di Napoli. La tappa ligure alla Casa Museo Jorn rappresenta un doppio movimento: da un lato la maturazione delle idee originarie, dall’altro la loro sintesi in un luogo carico di storia e suggestioni.
Kotykeye: parole che attraversano culture e confini
Il titolo stesso, “Kotykeye”, porta con sé un racconto di attraversamenti e traduzioni culturali. Secondo l’artista, sarebbe una parola usata da missionari cristiani in Antartide per indicare l’“Agnello di Dio”, un concetto sconosciuto in quelle terre senza questo animale. Anche se l’origine non è documentata in modo rigoroso, è un espediente poetico forte: dimostra come le parole possano varcare specie, culture e geografie diverse, diventando ponti tra mondi lontani.
Le opere seguono questa idea, oscillando tra confini geografici e metaforici, dove si incontrano umano e animale, natura e cultura, memoria e trasformazione. Kotykeye si presenta così come uno spazio di confine, dove le categorie si intrecciano e si sovrappongono, un invito a esplorare la complessità e le stratificazioni del nostro rapporto con il mondo.
Le sculture di Trevisani e il dialogo con la Liguria e le Grotte di Toirano
Alla Casa Museo Jorn, le sculture in grès di Trevisani entrano in dialogo diretto con il territorio ligure e con la memoria antica custodita nelle Grotte di Toirano, un luogo ricco di tracce archeologiche millenarie. Grazie alla collaborazione con Danilo Trogu del laboratorio La Casa dell’Arte, sono nate opere che occupano gli spazi senza invaderli, piuttosto ascoltandoli, quasi in risonanza con l’architettura pensata da Jorn.
Uno degli elementi più suggestivi è una scultura realizzata in pane stabilizzato, posizionata accanto al tavolo della cucina, che subito proietta il visitatore in una dimensione sospesa tra passato archeologico e presente. Il pane è conservato con un metodo simile a quello usato per i pani ritrovati nel Museo Egizio, risalenti a quasi cinquemila anni fa. Questa stabilità non blocca la materia: l’opera resta porosa e cambia colore col tempo, mantenendo vivo il dialogo tra epoche diverse. È proprio questa trasformazione lenta e visibile il cuore della ricerca di Trevisani, che fa della materia portatrice di storie e memorie sempre in movimento.
Daniel Day Lewis: contrasti e simboli tra materia organica e oro
Tra le opere in mostra spicca la serie “Daniel Day Lewis”, concepita da Trevisani qualche anno fa. Questi pezzi mettono insieme forme primitive e ancestrali con basi in legno placcate in foglia d’oro a 24 carati. L’artista precisa che l’oro non è un simbolo di lusso o potere, ma un elemento “alieno”: un metallo che arriva dallo spazio, non si ossida e sembra sfidare il tempo.
Il contrasto tra queste basi dorate e le forme organiche, fragili e in trasformazione è netto, sia visivamente che nel significato. Da una parte ciò che si consuma e si deteriora, dall’altra qualcosa che appare eterno e immutabile. Questa tensione tra vulnerabilità e resistenza attraversa tutto il progetto, mettendo in luce il legame profondo tra essere umano, cibo, terra e i cicli biologici che sostengono la vita.
Dal pezzo d’arte all’esperienza: il banchetto nel giardino della Casa
Il percorso si chiude nel giardino della Casa Museo Jorn, dove le sculture cambiano ancora ruolo. Qui smettono di essere oggetti da guardare e diventano strumenti da abitare, contenitori vivi di esperienze quotidiane e rituali. Il momento clou è il “banchetto performativo”, ideato da Trevisani insieme all’artista e gastronomo Luca Conte.
Le superfici in grès accolgono una tavola imbandita con una vasta scelta di verdure, andando oltre il semplice pinzimonio. Si aggiungono formaggi, pane, olive nel pesto, pasta e castagnaccio, creando un’esperienza che unisce arte e cibo. I visitatori sono chiamati a interagire con le sculture, toccare, assaggiare, condividere gesti che diventano linguaggio e nutrimento.
La mostra si trasforma così in uno spazio di relazione viva tra opere e persone: non più rinchiuse in un museo freddo e statico, le sculture si caricano di ricordi e tracce corporee, mentre i corpi dei visitatori diventano parte di una narrazione collettiva che supera i confini tra natura e cultura, umano e animale.
“Kotykeye” diventa così un’esperienza a tutto tondo, che cerca di riportare al centro un gesto antico e profondamente umano: mangiare insieme, condividere storie, ascoltare il mondo attraverso la materia e i sensi. Di fronte a queste opere, la ceramica si fa rito di connessione e maternità, un modo per capire chi siamo davvero, senza sprechi e senza eccessi, con un’attenzione rinnovata verso ciò che ci nutre davvero.
