Il 4 agosto 2026, Electronic Arts, colosso americano dei videogiochi, è passata nelle mani di un consorzio guidato dal Public Investment Fund dell’Arabia Saudita. Un affare da 55 miliardi di dollari, in gran parte coperto da prestiti, che ha scosso l’industria globale. Non si tratta solo di un investimento: Riyadh punta a diventare protagonista nel mondo digitale, e questa mossa lo dimostra senza mezzi termini. Ma le polemiche non si sono fatte attendere, soprattutto sul fronte etico.
Il Public Investment Fund: il motore dell’ambizione saudita
Il Public Investment Fund, il fondo sovrano saudita, è diventato ormai centrale nella strategia di rilancio economico voluta dal principe Mohammed bin Salman. Nato per finanziare progetti interni, oggi è lo strumento principale con cui l’Arabia Saudita punta a investire all’estero. Negli ultimi due anni, come ha raccontato il New York Times, questa trasformazione è avvenuta in parallelo a una politica interna controversa, fatta di blocchi e sequestri di beni di oppositori, giustificati dal governo come lotta alla corruzione.
Il PIF ha un portafoglio variegato che spazia dalla tecnologia ai trasporti, ma ha puntato con decisione sul settore videoludico. L’acquisto di Electronic Arts è il colpo più vistoso, ma il fondo detiene quote importanti anche in altre grandi aziende come Take-Two Interactive, Capcom e Nintendo. È attivo nel mondo degli e-sport con ESL e FACEIT, e ha messo le mani su realtà specializzate nel mobile gaming come Scopely e Niantic, famosa per Pokémon Go. Inoltre, ha creato Savvy Games Group, una divisione interna dedicata allo sviluppo di nuovi contenuti digitali. La strategia si estende anche alla cultura: la Misk Foundation controlla la maggioranza di SNK, storica azienda giapponese nota per Metal Slug.
Dietro queste mosse non c’è solo la ricerca del profitto. Riyadh vuole anche cambiare la propria immagine nel mondo e offrire nuovi contenuti di intrattenimento a una popolazione molto giovane, con una domanda di videogiochi in rapida crescita. Ma questo cambio di passo si scontra con i limiti imposti dal sistema politico attuale.
Giochi e polemiche: il “gameswashing” sotto accusa
L’ingresso diretto dell’Arabia Saudita nel settore dei videogiochi ha scatenato reazioni forti da parte di giocatori, sviluppatori e associazioni. Si parla di “gameswashing”, un termine nato per descrivere quella che molti vedono come una strategia per ripulire l’immagine del regime saudita, spesso criticato per violazioni dei diritti umani e repressione interna.
Un caso emblematico è quello di luglio 2026, quando è stato cancellato un evento organizzato da Games Done Quick, un appuntamento benefico molto noto nel mondo del gaming, dopo pressioni legate al coinvolgimento di SNK nelle sponsorizzazioni. Anche l’annuncio di Ubisoft di un’espansione gratuita di Assassin’s Creed: Mirage ambientata ad Al-Ula, nuova meta turistica saudita, ha acceso il dibattito. Non è mai stato confermato un legame diretto con finanziamenti sauditi, ma le discussioni interne e le polemiche pubbliche hanno mostrato quanto il tema fosse sensibile.
Le critiche si sono estese anche a Electronic Arts. La nuova proprietà sembra in contraddizione con la tradizione di apertura e inclusività della casa americana, che negli ultimi anni aveva puntato su titoli come Mass Effect, Dragon Age e The Sims, noti per la rappresentazione delle comunità LGBTQIA+. Ora questo impegno rischia di vacillare, visto che l’Arabia Saudita mantiene leggi severissime contro l’omosessualità, con pene pesantissime.
Un simbolo importante era Corinne Busche, la prima donna transgender a guidare un grande progetto EA, Dragon Age: The Veilguard del 2024. La sua presenza rappresentava un valore culturale significativo, oggi messo in discussione dal cambio di proprietà. A questo si aggiungono i timori per possibili tagli in azienda, necessari a gestire il debito contratto per l’acquisto, proprio in un momento difficile per l’economia del settore videoludico globale.
Oltre le critiche: una lettura più sfumata degli investimenti sauditi
Al di là delle polemiche immediate, alcuni esperti invitano a guardare con più attenzione all’espansione saudita nel mondo dei videogiochi. Come sottolineano analisi uscite nel 2026 su testate come New Lines Magazine, l’Occidente tende a interpretare questi investimenti solo in chiave politica e morale, guardando soprattutto a sé stesso. Ma la realtà è più complessa.
Il peso della strage di Jamal Khashoggi e altre violazioni non si dimentica, certo. Ma Riyadh sembra poco interessata a guadagnare credibilità internazionale con operazioni di facciata rivolte ai mercati europei o americani. L’obiettivo reale è diversificare l’economia, puntando sull’intrattenimento digitale per una popolazione giovane e mercati ancora tutti da conquistare.
La spinta verso la transizione ecologica e il calo del petrolio spingono la monarchia a investire in settori più sostenibili, proprio come fanno molti altri governi con lo sport e la cultura. Nonostante il giudizio severo in Occidente, questa strategia commerciale è parte di un trend globale di crescita economica. Il tema del “gameswashing”, però, resta molto sentito, soprattutto tra chi tiene alta la guardia sui diritti umani e la trasparenza politica.
