La notte tra il 23 e il 24 luglio 1974, dal Museo del Broletto di Novara sparì un piccolo dipinto: l’“Ecce Homo”, attribuito ad Antonello da Messina, o forse a Pietro de Saliba. Quel furto, passato quasi sotto silenzio, ha segnato una ferita profonda nella storia artistica italiana. Da quasi cinquant’anni, quel quadro non è mai più riapparso. Le ricerche si sono susseguite, gli appelli si sono moltiplicati, ma il mistero resta. Tutto ciò che resta è una vecchia fotografia, che conserva il ricordo di un tesoro perduto e racconta, più di tante parole, le fragilità della tutela del patrimonio culturale.
Il Broletto non è solo un museo, ma un complesso che ha segnato la vita di Novara per secoli. Frutto della fusione di quattro edifici costruiti tra il XIII e il XVIII secolo – Palazzo dell’Arengo, Palazzetto dei Paratici, Palazzo del Podestà e Palazzo della Referenderia –, la struttura ha subito importanti restauri nell’Ottocento e poi negli anni Trenta del Novecento.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il Salone dell’Arengo è diventato teatro di cerimonie pubbliche e grandi esposizioni, mentre gli altri spazi ospitavano raccolte artistiche di rilievo. Tra queste spiccava la collezione di Alfredo Giannoni, che raccoglieva opere di artisti dell’Ottocento e del primo Novecento, raccontando la storia e l’arte di Novara e del suo territorio.
Questo patrimonio dava al museo un valore inestimabile, ma nei giorni del furto la sicurezza era praticamente inesistente. Nessun impianto d’allarme, nessun direttore a controllare: condizioni che facilitarono il lavoro dei ladri nella notte che cambiò il destino dell’Ecce Homo.
Nella notte tra il 23 e il 24 luglio 1974, oltre all’Ecce Homo, sparirono altre sette opere dal Broletto. La débâcle fu soprattutto nella totale assenza di misure di sicurezza: niente allarmi, nessuno a sorvegliare, un invito a nozze per i malintenzionati.
L’Ecce Homo, pur di dimensioni modeste, era un tassello importante della collezione. La sua attribuzione, però, è sempre stata incerta. Secondo la scheda della Fondazione Zeri, probabilmente si tratta di un anonimo del XV secolo, anche se in passato era stato assegnato sia ad Antonello da Messina sia a Pietro de Saliba. Questa incertezza non ha mai tolto valore storico all’opera, che però è stata segnata per sempre dalla sua sparizione.
Le ricerche non si sono mai fermate, con la vicenda tornata alla ribalta anche nel 2021 grazie a programmi come “Chi l’ha visto?”, che ha provato a raccogliere indizi da chiunque potesse aiutare. Purtroppo, senza risultati concreti: il dipinto resta nell’ombra.
L’unico ricordo visivo rimasto dell’Ecce Homo è una fotografia del 1961, realizzata dallo SCALA – Istituto Fotografico Editoriale. Questo istituto fiorentino, nato nel 1953 su impulso dello storico Roberto Longhi e fondato da John Clark e Mario Ronchetti, portò avanti un progetto all’avanguardia per quei tempi: documentare con precisione e a colori le opere d’arte italiane destinate a editoria e studio.
La foto, entrata nelle mani del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale nel 2020, è diventata uno strumento prezioso per chi cerca di identificare e ricostruire l’Ecce Homo. Grazie a questo documento, possiamo ancora oggi immaginare come fosse quell’opera ormai scomparsa.
Sono troppi, purtroppo, i beni culturali italiani finiti nel buio dopo essere stati rubati. Dai capolavori come la Natività di Caravaggio alla Madonna dell’Orto di Giovanni Bellini, passando per la Sacra Famiglia del Garofalo, la lista è lunga. Il caso dell’Ecce Homo del Broletto si inserisce in questa dolorosa realtà, ricordandoci quanto sia urgente una tutela più attenta e strutturata.
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