Un faro spento da decenni ha ricominciato a brillare sul Colle dei Cappuccini, ad Ancona. Era il 1860 quando quella torre luminosa guidava le navi nel porto dorico; oggi, dopo venticinque anni di silenzio, è tornata a vivere. Gino Gianuizzi l’ha preso in gestione la scorsa primavera, trasformandolo in un laboratorio culturale capace di ridare energia a un intero quartiere. Il faro, affacciato sul Parco del Cardeto, quel polmone verde che separa città e mare Adriatico, si prepara a una rinascita che va oltre il semplice restauro. Qui arte, ambiente e comunità si intrecciano, con un occhio rivolto alla Capitale Italiana della Cultura 2028, un traguardo che Ancona ha appena conquistato.
Un faro che torna pubblico: storia e ambiente
La concessione temporanea affidata a Gianuizzi fa parte di una strategia dell’Agenzia del Demanio, che negli ultimi anni ha messo a bando vari immobili pubblici per trasformarli in spazi culturali e sociali. Il faro, attivo dal 1860 per quasi un secolo, è stato lasciato a se stesso per vent’anni, con qualche sporadica apertura organizzata dal FAI nei primi anni 2000. Intorno alla torre la vegetazione aveva preso il sopravvento, ma di recente l’area è stata ripulita per accogliere le nuove attività.
Immerso nel Parco del Cardeto, il faro si trova in una zona di grande valore paesaggistico e culturale, un confine naturale tra città e mare. È proprio su questo equilibrio che si basa il dossier con cui Ancona ha vinto la sfida per diventare Capitale Italiana della Cultura 2028. Riportare in vita il faro significa dunque rinsaldare quel legame tra natura e ambiente urbano, mettendo a disposizione non solo la torre ma anche gli spazi pubblici circostanti per iniziative culturali che dialoghino con la città.
Gino Gianuizzi: arte e cultura per ridare vita al faro
Gino Gianuizzi non è un nome nuovo nel panorama artistico italiano. Anconetano di nascita ma bolognese d’adozione, ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Bologna ed è anima del collettivo Neon, fondato nel 1981. Il suo progetto per il faro parte da un’idea semplice ma coraggiosa: niente restauro “turistico” o tradizionale, ma un uso artistico e culturale che rispetti la vocazione originale del luogo, aprendo spazi di sperimentazione e riflessione.
Gianuizzi racconta che la candidatura è nata quasi per caso. Sapeva che una proposta così fuori dagli schemi avrebbe potuto essere scartata, ma ha adattato il progetto al contesto, pensando a un’integrazione controllata con il Parco del Cardeto e al recupero degli spazi interni ed esterni. La torre, con la sua scala a chiocciola, resta inaccessibile, ma la vecchia casa del fanalista, dismessa da anni, è invece utilizzabile.
Il progetto non è senza difficoltà: i costi di manutenzione e ristrutturazione sono importanti, ma la sfida è anche un’occasione per mantenere vivo un pezzo importante del patrimonio culturale e architettonico della città. Il primo passo è stata la pulizia delle aree esterne. Le attività prenderanno forma con l’arrivo della nuova stagione, guardando al 2024 con iniziative più strutturate.
Arte, natura e città: un progetto che guarda lontano
Al centro del progetto c’è il dialogo tra arte contemporanea e ambiente. Gli artisti invitati a lavorare sul faro sono chiamati a confrontarsi con temi come la natura, gli ecosistemi e il cambiamento climatico, ma senza scadere nel didascalico o nel retorico. L’arte deve nascere in sintonia con il paesaggio, estendersi oltre la torre e mettere in relazione territorio e città.
Il Parco del Cardeto è uno spazio sospeso tra urbano e selvaggio, con il mare da un lato e il centro storico dall’altro. Questa dualità è il cuore narrativo delle esposizioni e degli eventi. Finora, l’interesse più forte è arrivato dalle associazioni ambientaliste, mentre le realtà culturali locali hanno mostrato più cautela. Gianuizzi spiega che, dopo un’iniziale diffidenza verso un “forestiero” tornato in città, ora si lavora insieme all’amministrazione e all’assessorato alla Cultura per integrarsi nei programmi del 2028.
Le bandiere d’artista: un segnale di rinascita
L’autunno 2026 sarà un momento importante per il progetto. Gianuizzi ha coinvolto più di cento artisti, con cui ha rapporti vecchi e nuovi, invitandoli a creare bandiere senza limiti di tema o tecnica. Questi vessilli coloreranno il Colle dei Cappuccini, issati a rotazione intorno al faro. Una presenza visibile che vuole essere un segnale di rinascita, un modo per dire al territorio che il faro sta tornando, con un’identità nuova.
Quel gesto ha anche un significato profondo: il faro, da sempre guida per i naviganti, diventa ora un punto d’incontro e dialogo artistico, visibile sia dal mare sia passeggiando nel parco. Le bandiere raccontano la varietà di voci e storie che attraversano il colle, sottolineando la sua posizione strategica tra centro e mare.
Comunità, arte e natura: il faro che si apre alla città
La chiave del progetto è il rapporto con il territorio e chi lo abita. Gianuizzi parla di una “comunità di imboscati” composta da artisti, scienziati e cittadini che lavorano in connessione con l’ecosistema locale, impegnati a coltivare memoria, sapere condiviso e nuove forme di creatività.
Sono in programma workshop per la cittadinanza, con artisti e esperti, attività per scuole e giovani, e passeggiate guidate dagli artisti nei sentieri del parco. Proiezioni ed eventi pubblici renderanno il faro una casa aperta, un luogo dove incontrarsi, sperimentare e crescere.
L’obiettivo è restituire ad Ancona un luogo dimenticato, un pezzo di storia che si intreccia con il presente, offrendo uno spazio vivo dove la cultura si rinnova e si apre al futuro, dialogando con l’ambiente e la comunità.
