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La Bambola della Val Gardena: L’Antica Tradizione Italiana che Resiste nel Cuore delle Dolomiti

Ortisei, un angolo nascosto nelle Dolomiti, è il punto di partenza di una passeggiata sospesa tra natura e storia. Poco oltre la parrocchiale, il sentiero s’infila nel bosco, dove il tempo si dilata. Dopo un’ora di cammino, appare la chiesa di San Giacomo: un gioiello protetto da un muro rivestito di scandole di legno, quasi una custode silenziosa. Il campanile si erge verso il cielo, e sullo sfondo si staglia la cima aguzza del Sassolungo, imponente e immobile. Il percorso si snoda dolcemente tra pascoli e foreste, cambiando volto ad ogni passo. Abeti rossi, larici e pini cembri fanno da sentinella, mentre si segue non solo un sentiero, ma una storia antica, fatta di legno e mani esperte che tramandano un mestiere da generazioni.

Il sentiero dei legni: la storia scritta tra gli alberi

Il cammino verso San Giacomo non è solo una strada che unisce due punti. Attraversa quella che si chiama la scala dei materiali della Val Gardena, una vera e propria lezione sulla biodiversità dei boschi locali. Si parte dalle peccete, fitte di abeti rossi con le loro chiome scure e compatte, si sale poi su versanti più aperti dominati dal larice con i suoi aghi lucenti. Ancora più in alto, ai margini del bosco, spunta il pino cembro, conosciuto dagli intagliatori come cirmolo, un legno dalle qualità speciali. Da questo legno prendono vita le figure che raccontano l’identità artistica della valle. Per gli artigiani, questi alberi non sono solo risorse da sfruttare: ogni tronco nasconde una forma da scoprire, e il legno sembra quasi suggerire la sua strada. Serve saperlo ascoltare, un’arte fatta di esperienza e di un rapporto intimo con la natura.

Chi lavora il legno sa bene che intagliare non significa solo togliere pezzi superflui, ma liberare la forma nascosta dentro la fibra. È un lavoro che richiede pazienza, passione e tante passeggiate nei boschi, stagione dopo stagione. Ogni albero racconta qualcosa di nuovo, confermando un legame che va oltre il semplice uso commerciale. Questa filosofia si ritrova nella bottega di Judith Sotriffer, che dal pino cembro ricava bambole che portano con sé l’anima della Val Gardena. Il profumo resinoso del legno rimane negli oggetti per anni, narrando storie di natura e sapienza.

Tre secoli di bambole: un mestiere di famiglia e industria domestica

La tradizione delle bambole di legno in Val Gardena affonda le radici nel tardo Seicento. All’epoca, la valle era già nota per i merletti e la merceria, ma cominciò presto a sviluppare un’attività artigianale che divenne una vera e propria industria domestica. Nel Settecento si contavano almeno una quarantina di intagliatori attivi sul territorio. All’inizio dell’Ottocento gran parte della popolazione era coinvolta in questa produzione, spesso organizzata in famiglie specializzate in diversi soggetti. Statuine per presepi, animali, cavalli a dondolo, bambole snodabili dipinte a mano con tecniche tradizionali: un’intera gamma di figure animava mercati e scaffali, tutte con quella lucentezza tipica e inconfondibile.

Judith Sotriffer ricorda bene quanto fosse stretto il legame tra la comunità e il bosco. «Quasi tutti in valle lavoravano il legno — racconta — era la loro principale fonte di reddito. Molti si specializzavano in piccoli giocattoli che poi vendevano con successo in mercati e fiere, in Italia e all’estero». Questa produzione durò fino agli anni Trenta del Novecento, quando arrivarono bambole di cellulosa e peluche che piano piano sostituirono i giocattoli in legno. Ma il valore culturale e artistico di questa tradizione è ancora forte.

Dalla Val Gardena alla corte inglese: le bambole che hanno conquistato l’Europa

Le bambole della Val Gardena non restarono confinate tra le montagne italiane. Già da tempo varcarono i confini europei e arrivarono lontano, tanto che nel mondo anglosassone venivano chiamate “Dutch dolls” o “Grödnertal dolls”, nomi legati ai porti olandesi e al nome tedesco della valle. La storia più suggestiva riguarda la corte britannica: la principessa Vittoria, tra i 12 e i 14 anni, cucì e vestì insieme alla sua governante Louise Lehzen più di cento bambole di legno, ciascuna battezzata con nomi di personaggi famosi di teatro o di danza. Questa collezione, unica per cura e quantità, è oggi conservata al London Museum e racconta l’incontro tra una tradizione popolare e il mondo dell’aristocrazia.

A Covent Garden, cuore del teatro londinese, la storia delle bambole ha un altro capitolo curioso. Marguerite Fawdry, storica proprietaria della bottega Benjamin Pollock’s, trovò in un magazzino sopra Bolzano un deposito di bambole di legno provenienti dalla Val Gardena. Le comprò tutte e le usò come scorta per il suo negozio per oltre trent’anni. Ancora oggi, le bambole vendute sotto quella celebre insegna sono fatte dagli artigiani della valle, che portano avanti questa tradizione millenaria con passione e professionalità.

Ortisei e la bottega di Judith Sotriffer: tra passato e presente

Nel centro di Ortisei, in Streda Tresval, c’è la bottega di Judith Sotriffer, dove l’aria è pervasa dal profumo intenso del cirmolo. Figlia di uno scultore e di una commerciante di giocattoli, Judith ha ereditato e perfezionato un metodo antico. Dopo la scuola d’arte locale e l’esperienza accanto al padre, ha deciso di ricostruire la tecnica tradizionale studiando pezzi antichi, smontandoli per capirne ogni dettaglio. Nel 1985 ha aperto il suo laboratorio, dedicandosi completamente al legno, dalla sgrossatura all’assemblaggio finale.

La bottega è un piccolo mondo a sé: banchi di lavoro pieni di sgorbie, lime, scalpelli e pennelli, scaffali colmi di bambole, cavalli e figure dal volto dolce e semplice. Ogni bambola è composta da diciassette pezzi, montati con cura, con capelli e scarpe nere, calzini bianchi e occhi azzurri. Judith intaglia, dipinge e vernicia ogni parte con una pazienza quasi maniacale, prima di assemblare il tutto con precisione. I suoi giocattoli arrivano lontano, da collezioni negli Stati Uniti alla Scandinavia, dall’Australia alla Nuova Zelanda. Prima di chiudere ogni scatola, Judith si concede un saluto personale: un gesto semplice, quasi materno, che porta con sé un pezzo di bosco e di tradizione destinato a viaggiare nel mondo.

Redazione

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