Dieci anni dopo Sergente Romano, Marco Cardetta ritorna con un’opera che sfugge a ogni definizione: …dal mare – Nero di Odessa. Non un romanzo, non solo poesia, ma un tuffo profondo in una città che sembra vivere di continuo mutamento. Odessa non è solo uno sfondo, ma un crocevia dove lingue, memorie e identità si intrecciano come onde che non si arrestano mai. I personaggi che emergono da queste pagine sono vivi, sfuggenti, sospesi tra appartenenza e perdita, alla ricerca di una patria che non si lascia mai afferrare davvero.
Nei versi di Cardetta, Odessa non è solo un luogo sulla carta, ma una città fatta di “abitanti di altrove”, sospesa tra storia e mito. Il poeta non si limita a descrivere il territorio, ma costruisce una città immaginaria, dove radici e identità si mescolano e si confondono continuamente. Si fa strada una domanda che torna spesso: cosa vuol dire essere di Odessa, se la città stessa nasce da incontri e incroci? Questa riflessione si insinua nell’“epitaffio stupido di Romàn”, dove il confine tra vita e morte si sfuma: la morte non è un punto finale, ma un nuovo inizio, una trasformazione che sfida le definizioni rigide.
La ricchezza linguistica e culturale di Odessa si riflette nei personaggi che affiorano e spariscono come fantasmi lungo le banchine del porto. Non sono solo nomi, ma voci che portano storie di esilio, speranza e resistenza. Lingue diverse, religioni, fughe e incontri convivono in un dialogo continuo. Cardetta racconta un’identità che si costruisce attraversando l’altro, senza mai fermarsi.
Al centro del poema c’è una fisicità potente, lontana da ogni spiritualismo astratto. Nel linguaggio di Cardetta entrano sudore, cibo, sesso, vino, animali, e persino aspetti più crudi come gli escrementi. Tutto questo convive con riflessioni profonde, creando un quadro a volte grottesco ma sempre vivido. La poesia diventa così un organismo che pulsa, capace di accogliere contrasti e incertezze.
Il mare, che torna spesso nel testo, è una forza che tutto ingloba e trasmette. La domanda “Cosa viene dal mare?” non trova risposte semplici, ma una pioggia di immagini: tacchini, limoni, agnelli, zuppe di pesce, maschere, tabacco di contrabbando. Alla fine resta un’unica verità elementare: «dal mare viene il mare». In questa formula semplice ma potente si concentra l’idea che l’origine non è mai pura, ma sempre un intreccio complesso. Il mare diventa così simbolo di un’identità fluida e di un continuo cambiamento.
Anche la lingua è un campo di battaglia e sperimentazione. Cardetta frantuma l’italiano tradizionale, contaminandolo con slang, arcaismi, dialettalismi, parole slave e forestierismi. La sintassi si spezza, la pagina si trasforma in una partitura fatta di suoni, pause, ritmi e sospensioni. Quando la nave Yuun cerca Odessa, il richiamo dei marinai si allunga in un grido ossessivo: “O-d-e-s-s-a…”, un’evocazione disperata che si perde nell’eco e si trasforma in negazione. Odessa resta così una meta sempre sfuggente, un miraggio irraggiungibile.
Questa sperimentazione linguistica affonda le radici nel precedente Sergente Romano , dove Cardetta aveva già dipinto una civiltà rurale senza cedere alle nostalgie facili. Anche lì la lingua rifletteva un mondo in trasformazione, mescolando storie popolari e grandi cambiamenti. Il racconto della vita contadina, con i suoi riti e contraddizioni, prendeva forma attraverso un linguaggio che parlava a più voci, unendo il letterario al parlato di chi non sapeva leggere e scrivere.
Il percorso di Cardetta in questi dieci anni arriva al suo punto più maturo. Da un’indagine sulle proprie origini, come in Sergente Romano, il poeta si spinge verso una visione più ampia e cosmopolita dell’identità. La lingua della Murgia, irregolare e contaminata, si apre alla Babele del Mar Nero, intrecciando il radicamento con l’incontro dell’altro.
Nero di Odessa diventa così la testimonianza di una lotta per una “lingua di liberazione” che rifiuta ogni divisione netta. L’identità non è più qualcosa di fisso, ma un flusso continuo di scambi, contaminazioni, memorie condivise. La lingua vive finché si muove, proprio come il mare che Cardetta descrive: mai immobile, sempre pronta ad accogliere nuovi orizzonti e voci diverse.
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