David “Diavù” Vecchiato ha passato più di un mese appeso a trentadue metri d’altezza, guardando Perugia da una prospettiva fuori dal comune. Il suo palco? Un gigantesco muro nel cuore di Fontivegge, sopra Piazza del Bacio e la stazione. Da lì, ha osservato il flusso incessante di persone, le macchine che sfrecciano, le culture che si mescolano in un quartiere vivo e carico di contrasti. Fontivegge non è un luogo qualunque: fragile, ma pulsante, un crocevia di storie che si intrecciano ogni giorno. Il caldo afoso di quell’estate e la sfida di quel muro immenso hanno segnato profondamente la sua esperienza. «È stata una cosa catartica. Per scherzo dicevo di aver fatto i quaranta giorni nel deserto di Cristo, come se fossi entrato in contatto col diavolo», confessa lui.
Identity, il murale che dà voce a Fontivegge
Da questa esperienza è nato Identity, il murale che ora domina il cielo di Fontivegge. Due volti giovani, fatti di mani gigantesche che sembrano montarle come un puzzle in movimento. Quei ragazzi però non esistono: sono stati creati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, mentre le mani – le sue mani vere – rappresentano il gesto di costruzione. Il nome è stato scelto dagli studenti delle scuole del quartiere, frutto di una consultazione con chi abita e studia lì. Per capire davvero quest’opera, bisogna guardare il legame con il posto: Diavù ha camminato tanto, ascoltato storie e musica nelle piazze, si è immerso nella vita di Fontivegge, studiando anche i disegni originali di Aldo Rossi, l’architetto che ha progettato il quartiere. Da tutto questo nasce un dialogo complesso tra arte pubblica, identità, tecnologia e spazio urbano.
David Diavù Vecchiato: dall’arte tradizionale alla strada
Quando gli chiedono come è diventato street artist, Diavù non ama quella definizione. Preferisce semplicemente “artista”, capace di esprimersi in tanti modi: fumetto, illustrazione, musica, editoria. Nel tempo ha cercato spazi diversi dai circuiti ufficiali dell’arte, dove l’arte figurativa e il racconto visivo potessero incontrare un pubblico nuovo, meno abituato. I centri sociali sono stati allora terreno fertile, accanto a spazi culturali più istituzionali, dove musica e arte liberavano energie spesso ignorate dall’industria. La strada è diventata una galleria aperta a tutti, un modo per riprendersi la città. Il messaggio politico è forte: attraverso immagini e simboli si riconquista uno spazio, si agisce con un potere simbolico profondo. Anche chi protesta, che critica o vuole cancellare un murale, mostra un legame emotivo con quel luogo.
Fontivegge vista da dentro: tra tensioni e convivenza
Prima di mettersi al lavoro, Diavù ha voluto conoscere davvero Fontivegge, senza fermarsi all’apparenza. Ha studiato i bozzetti di Aldo Rossi, per capire l’idea originaria e la funzione degli spazi. La complessità sociale è evidente: bambini e ragazzi di Nord Africa, Africa subsahariana, Sud America e Italia si trovano a condividere gli stessi luoghi. Tra differenze e difficoltà, ci sono anche momenti di autentica mescolanza, un fenomeno che richiederà tempo per essere capito e metabolizzato. Sotto la piazza, Diavù ha scoperto anche una scena musicale vivace ma poco conosciuta: ha usato Shazam per riconoscere canzoni africane e si è reso conto di quanto poco la cultura globale sia davvero apprezzata da noi.
Piazza del Bacio: un nodo urbanistico da risolvere
Fontivegge è un mosaico di persone, ma anche una sfida per la città. L’architettura condiziona il modo in cui viviamo e ci incontriamo. Piazza del Bacio, il cuore del quartiere, ha problemi evidenti: mancano aree verdi, ombra, spazi accoglienti dove fermarsi. Diavù usa una metafora chiara: «Se semini cipolle, non puoi aspettarti di raccogliere pomodori». L’architettura deve pensare alla funzione sociale degli spazi pubblici, perché da qui nascono le dinamiche del quartiere. Le scelte progettuali non sono mai neutre e lasciano un segno duraturo sulla convivenza.
Volti che non esistono e tecnologia al servizio dell’arte
Identity ha fatto nascere subito domande: chi sono quei due ragazzi? La risposta è semplice: nessuno. Sono il frutto di un mix tra tecnologia digitale e creatività di Diavù. Con l’intelligenza artificiale ha creato volti e pose, poi ha assemblato tutto con Photoshop. Le mani in primo piano sono le sue, simbolo del ruolo di chi costruisce e dà forma alle identità. Questa scelta apre riflessioni sull’anima e sulla coscienza di immagini generate dalla macchina. L’opera diventa così un dialogo aperto tra umano e tecnologia, realtà e finzione. Il titolo, scelto dagli studenti, parla proprio di questo: l’identità non è una semplice ripetizione di sé, ma si costruisce nel rapporto con gli altri e il contesto.
Quarantadue giorni tra cielo e muro: un lavoro sospeso
Dipingerlo è durata più di un mese, quasi quarantadue giorni. Lavorare a trenta metri cambia il rapporto con il corpo e con l’opera. Da lontano un dettaglio può sembrare piccolo, da vicino prende forza e significato. Il lavoro diventa quasi una meditazione: serve immergersi nel gesto, lasciar fuori ogni distrazione. Diavù scherza, raccontando un’esperienza simile ai quaranta giorni biblici nel deserto, un viaggio dentro se stesso fatto di silenzi e pause. Le persone incontrate in quei giorni hanno lasciato un segno: un anziano ha riconosciuto richiami all’arte medievale nel murale, soprattutto nei colori e nelle mani, confermando che l’arte sa aprire ponti inattesi con la storia, senza bisogno di parole.
Arte pubblica tra provocazione e inclusione: la sfida di Identity
L’arte sui muri sta cambiando. Non è più solo scandalo o trasgressione. Identity racconta un passaggio: l’opera è già un messaggio che trasforma il modo di vedere la città. Non sempre è un incontro facile, a volte dà fastidio, spinge a fermarsi e pensare. Questa street art parla a chi forse non ha mai messo piede in un museo o in una galleria, offrendo un contatto diretto con la creatività. L’artista così costruisce una realtà condivisa, mettendo in discussione il monopolio delle istituzioni nel decidere cosa può stare negli spazi pubblici.
Identity: radice culturale e volano per rigenerare il quartiere
Diavù spera che il murale sorprenda chi arriva per la prima volta, regalando un senso di meraviglia. Per chi abita lì, vorrebbe che continui a suscitare interesse e appartenenza, soprattutto tra i giovani. L’idea che uno studente dica “Vado a scuola nel palazzo del murale” mostra come l’opera stia già cambiando l’immagine del quartiere. Allo stesso tempo, l’artista è consapevole del rischio che l’arte pubblica diventi strumento per la gentrificazione, un “lato oscuro” da tenere d’occhio. Se un giorno sparirà, è normale che l’immagine svanisca col tempo; ma se la comunità se la sente sua, conservarla avrebbe senso. L’arte pubblica, a modo suo, appartiene a chi la vive, con tutte le sfumature di giudizio e sentimento.
