Nel 1986, i Queen salirono sul palco per quella che sarebbe stata la loro ultima tournée con la formazione originale: Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon insieme, per un addio indimenticabile. Ora, a quarant’anni da quei giorni, Bologna riporta in vita quell’energia con una mostra unica al Museo internazionale e biblioteca della musica. Tra fotografie storiche e oggetti introvabili, “QUEEN. The Last Tour” non è solo un tributo, ma un tuffo diretto nel cuore pulsante di una leggenda del rock.
Il cuore della mostra sono le fotografie scattate da Torleif Svensson, fotografo svedese che nel ’86 ebbe un accesso privilegiato dietro le quinte e sul palco, catturando momenti intensi e inediti della band. Curata da Pascal Casadei van Raamsdonk, l’esposizione presenta 37 immagini di grande impatto, in diversi formati, che non si limitano a documentare un concerto, ma mettono in luce l’anima degli artisti, soprattutto quella di Freddie Mercury al massimo della sua forza creativa e umana.
Il percorso si concentra sul Magic Tour, concluso con il celebre concerto del 9 agosto 1986 a Knebworth Park, davanti a oltre 120.000 spettatori. Quella fu l’ultima performance live della band. Le foto di Svensson restituiscono quell’energia travolgente, fatta di luci, musica e emozioni forti. Accanto agli scatti, il visitatore trova oggetti originali dei Queen – alcuni mostrati al pubblico per la prima volta – tra strumenti, costumi di scena e accessori personali. Questi pezzi dialogano con le collezioni permanenti del Museo, creando un confronto tra epoche e riflettendo sul valore delle testimonianze materiali nella memoria della musica.
La mostra non parla solo di rock, ma mette in luce anche un forte legame con la musica classica europea, che il Museo di Bologna custodisce con cura. Il riferimento a “Bohemian Rhapsody” è chiaro: Freddie Mercury in quel brano cita un celebre passaggio d’opera, evocando il “Figaro”. Si guarda così a grandi compositori come Gioachino Rossini, con “Il barbiere di Siviglia”, e Wolfgang Amadeus Mozart, autore de “Le nozze di Figaro”, entrambi presenti nella collezione permanente del museo. Questa connessione rende l’esposizione un’esperienza che unisce la musica rock all’eredità classica.
Il dialogo tra reperti operistici e foto di Svensson è il cuore di un racconto che attraversa epoche e generi. Attraverso questo confronto tra passato e presente musicale, la mostra invita a riflettere sul valore della memoria culturale e su come immagini e oggetti contribuiscono a costruire il mito di band come i Queen.
Tra i cimeli più preziosi spiccano oggetti che raccontano direttamente la storia dei Queen. Si possono ammirare il disco d’oro di Brian May per “We Are The Champions”, una replica ufficiale della leggendaria chitarra Red Special autografata dal chitarrista, oltre al piatto e alle bacchette di Roger Taylor. Tra i pezzi personali di Freddie Mercury, ci sono abiti e oggetti che rivelano la sua passione per l’arte e il collezionismo, mai esposti prima d’ora.
Un contributo speciale arriva da Cesare Cremonini, che ha donato due capi carichi di storia: la camicia indossata da Mercury all’arrivo in elicottero a Knebworth Park e la canotta gialla con la scritta “Champion” sfoggiata durante l’ultimo concerto. Questi oggetti aggiungono profondità al racconto visivo e tattile della mostra, che celebra i 40 anni dal Magic Tour e l’80° anniversario della nascita di Freddie Mercury, che ricorrerà nel 2026.
Torleif Svensson, l’uomo dietro l’obiettivo durante il Magic Tour, ha raccontato le emozioni legate a quelle immagini. A distanza di anni, molte fotografie hanno assunto un significato nuovo, soprattutto in relazione a brani come “Let Me Live”, “Who Wants to Live Forever” e “I Want To Break Free”, che parlano di vita, libertà e memoria. Oggi quei titoli aggiungono un valore in più agli scatti.
Durante il tour, Svensson sapeva di documentare un momento importante per una band al top, ma non immaginava sarebbe stato l’ultimo con Mercury. Il suo obiettivo era catturare immagini più personali e artistiche, lontane dal classico reportage da concerto. Le foto, mostrate anche ai membri della band, in particolare a Brian May, hanno acquisito un peso storico enorme solo dopo la fine delle esibizioni dal vivo.
Lavorare in analogico voleva dire affrontare limiti tecnici: con macchine come la Nikon F3 e la Hasselblad, i fotogrammi erano pochi e bisognava scegliere con cura il momento giusto. Oggi, con il digitale, si scattano migliaia di foto con controllo immediato e qualità migliore, ma forse si perde quella lentezza e riflessione che caratterizzava il lavoro di allora.
Tra tutte, Svensson indica come simbolo l’immagine di Freddie Mercury coronato e incappucciato durante il gran finale a Knebworth. Quel ritratto mostra il frontman sia come showman unico sia come uomo solo, in un momento che nessuno sapeva sarebbe stato un addio. L’immagine incarna la teatralità, l’ironia e il carisma di Mercury, regalando al pubblico una testimonianza profonda e indimenticabile.
Svensson racconta di aver sentito una responsabilità nel condividere queste foto, che non sono solo sue ma appartengono a chiunque abbia amato i Queen. Dopo il successo del film “Bohemian Rhapsody”, ha deciso di portare queste immagini al pubblico attraverso mostre e libri, facendo entrare quelle fotografie nella storia del rock e nella memoria collettiva. Ogni scatto è un pezzo di presente che oggi vive nel passato e nella leggenda.
“QUEEN. The Last Tour” è aperta al Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna, in Strada Maggiore 34, fino all’11 ottobre 2026. Un’occasione da non perdere per rivivere da vicino un capitolo fondamentale della storia del rock.
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