“Un costume non è mai solo un vestito.” Lo ripeteva spesso Elena Mannini, la grande costumista italiana scomparsa nel 2024. A Sirolo, tra il Teatro Comunale Cortesi e il Teatro Studio San Lorenzo, prende vita proprio questa idea: il costume come corpo che si anima, come storia che si racconta in scena. Fino al 30 agosto 2026, bozzetti, fotografie, tessuti e abiti originali del suo archivio si intrecciano con gli spazi teatrali, dando vita a un racconto che attraversa il tempo. Un’eredità preziosa, custodita dal Centro Studi Drammaturgici Internazionali “Franco Enriquez”, che conferma come il costume sia molto più di un semplice abito: è il cuore pulsante del teatro.
Il Fondo Elena Mannini è un pezzo importante della storia del teatro italiano del Novecento. Donato nel 2024 al Centro Studi Franco Enriquez, è un archivio che non si limita a conservare, ma che vive come strumento di studio e approfondimento. Grazie a questo patrimonio, Sirolo si è ritagliata un ruolo speciale nel panorama teatrale italiano. Non è una grande città, ma proprio per questo offre un’intimità preziosa tra pubblico, materiali e spazi di scena. Nei teatri Cortesi e Studio San Lorenzo, manifesti, fotografie e costumi dialogano con gli ambienti per cui furono pensati: platee, corridoi, quinte. Le carte delle prove raccontano storie vissute, mentre i tessuti portano ancora le tracce del movimento degli attori. Così l’archivio non resta fermo ma torna a respirare insieme agli spettacoli cui ha dato vita.
Per Mannini, il costume nasce dall’incontro tra la struttura dell’abito, il corpo che lo indossa e la storia che deve raccontare. Il suo bozzetto è già un personaggio in divenire, con una postura, un’energia tutta sua. Le sue figure sono slanciate, piene di movimento, con un uso del colore che scolpisce i volumi e un tessuto che diventa racconto. La mostra offre fotografie che mostrano il passaggio dal disegno alla scena: nel Sogno di una notte di mezza estate, diretto da Beppe Menegatti nel 1963 al Teatro Romano di Fiesole, i costumi sembrano estendere il corpo e creano un’atmosfera sospesa e onirica. Qui il costume diventa strumento per rappresentare il fantastico e rendere visibili le atmosfere di Shakespeare. In quella compagnia hanno recitato nomi come Carla Fracci, Gian Maria Volonté e Giancarlo Giannini, interpreti che hanno lasciato il segno nel teatro italiano grazie anche al lavoro di Mannini.
La parte più intensa della mostra è dedicata all’Orlando Furioso di Luca Ronconi, presentato al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1969. Qui la regia cambiò le regole del gioco: gli attori si muovevano contemporaneamente in più spazi, costringendo il pubblico a scegliere cosa seguire con lo sguardo. In questo contesto il costume era fondamentale per riconoscere subito i personaggi e accompagnarne i movimenti. Mannini creò un linguaggio visivo originale, che univa la memoria rinascimentale a forme moderne e astratte: armature leggere, tessuti stratificati, sagome eccentriche disegnavano corpi simbolici e dinamici. Non si trattava di ricostruzioni storiche, ma di un’interpretazione visiva capace di raccontare la complessità del poema di Ariosto. La mostra ospita poster, fotografie e articoli dell’epoca, ricreando l’atmosfera di uno spettacolo che ha segnato la storia del teatro italiano.
Un capitolo a parte è dedicato al Coriolano diretto da Franco Enriquez nel 1975-1976 al Teatro di Roma. Le fotografie mostrano un allestimento che sembra un cantiere, con impalcature e superfici ruvide. Qui il costume diventa una scultura che vive di vita propria. Il corpo di Tullio Aufidio, interpretato da Osvaldo Ruggeri, si trasforma grazie all’armatura disegnata da Mannini e realizzata dalla Sartoria Russo. Materiali intrecciati, metallo, fibre e forme asimmetriche non ricostruiscono l’Antica Roma, ma raccontano la violenza del potere in modo viscerale. Esposto senza attore, il costume conserva ancora l’impronta del corpo che lo ha indossato: l’ampiezza delle spalle, il ritmo del busto, il peso della struttura restituiscono tutta la tensione del personaggio. Qui il costume non è solo un abito, ma un’anima che sostiene la recitazione e dà profondità alla scena.
La mostra racconta anche i progetti internazionali di Mannini. Tra questi spiccano le tavole per l’Idomeneo di Mozart nel 2010 allo Stavovské divadlo di Praga, diretto da Yoshi Oida. Qui Mannini trova un equilibrio tra antico e moderno: forme ispirate al mondo classico si mescolano a soluzioni contemporanee senza scadere nel ricostruzionismo. I costumi del coro richiamano le sagome della ceramica greca, mentre i materiali assumono una funzione quasi architettonica. Documenti come contratti e libretti mostrano la sua capacità di muoversi con disinvoltura tra prosa, lirica, balletto e cinema, collaborando con enti italiani ed europei. La sua attività didattica all’Accademia di Belle Arti di Firenze e all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico di Roma ha poi trasmesso il suo sapere tecnico e culturale alle nuove generazioni di costumisti.
La mostra arriva in un momento di grande attenzione al patrimonio teatrale dell’Italia centrale. Nel luglio 2026, infatti, la rete dei teatri condominiali all’italiana dei secoli XVIII e XIX è stata inserita nella lista UNESCO come patrimonio mondiale, coinvolgendo dieci teatri tra Marche, Umbria ed Emilia-Romagna. Questo riconoscimento premia un modello fondato sulla partecipazione civica e sulla funzione sociale del teatro. Cortesi e Studio San Lorenzo non rientrano in questo circuito, ma sono un esempio straordinario di radicamento territoriale: grazie a una rete di sale storiche, compagnie, archivi e istituti di ricerca, contribuiscono a un panorama culturale vivo e dinamico. Sirolo si conferma così non solo come spazio architettonico, ma come luogo dove la memoria si intreccia con la produzione contemporanea, rafforzando l’identità culturale della zona. La mostra su Mannini dimostra come archivi e materiali possano riaccendere la memoria e restituire senso anche a un piccolo centro, offrendo nuove chiavi per leggere la storia del teatro italiano del Novecento.
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