Nel 2014, una foto ha cambiato tutto
Déborah de Robertis, seduta a gambe larghe davanti a L’Origine du monde di Gustave Courbet al Musée d’Orsay, ha sfidato lo sguardo del pubblico con un gesto tanto semplice quanto rivoluzionario. Quell’immagine ha fatto il giro del mondo, incastrandola in un’unica, potente narrazione. Ma non è tutto qui. Oggi, nel 2024, Déborah rompe gli schemi di quella prima impressione. Il suo lavoro si allontana dal corpo come unico protagonista e si immerge nella memoria, nell’esperienza personale, aprendo un confronto diretto con figure maschili dell’arte. Un racconto più ricco, più complesso, che si costruisce passo dopo passo.
Dal corpo alla memoria: l’evoluzione del racconto visivo
Déborah de Robertis ha fatto del corpo la sua arma più forte. Quella posa davanti al quadro di Courbet non ha solo messo a nudo un corpo, ma ha smascherato l’intero sistema dell’arte e le idee culturalmente costruite sul corpo femminile. Negli ultimi due anni però qualcosa è cambiato. L’artista ha spostato l’attenzione dal corpo al racconto personale, intrecciando la sua esperienza con voci spesso taciute.
Con la serie RAPE TAPES il salto è netto. Il primo episodio è un video tradizionale, ma dal secondo in poi entra in gioco l’intelligenza artificiale, usata per ricostruire memorie sfuggenti legate a uomini influenti nel mondo dell’arte, come Juan d’Oultremont e François Odermatt. La figura della performer si fa meno centrale, cedendo spazio all’esplorazione dei meccanismi di potere e delle storie private che attraversano il suo percorso.
Questa trasformazione non è improvvisa. Nel confronto con l’artista emerge che il corpo in scena non ha mai raccontato tutta la sua identità. Prima era uno strumento per mettere in discussione la storia dell’arte, poi un mezzo per denunciare e testimoniare. Oggi la corporeità resta importante, ma si apre a un confronto più ampio, che coinvolge non solo il pubblico ma anche i protagonisti della sua esperienza.
Sfidare lo sguardo maschile: una nuova visibilità
Il lavoro di de Robertis è un attacco deciso al male gaze, lo sguardo maschile che da secoli sessualizza e domina la rappresentazione del corpo femminile nell’arte e nella società. Non si nasconde, non scappa da questo sguardo. Anzi, lo affronta e lo sovverte dall’interno, con una postura che lei stessa definisce quasi “clinica”, simile a una danzatrice: lo sguardo è chiamato a cambiare, a farsi altro, a mettersi in discussione.
Il clamore mediatico che ha raccolto nasce proprio da questo gioco, che si nutre di desiderio e curiosità ma non si ferma a una semplice provocazione. Miroir de l’Origine ha restituito volto e sguardo alla donna di Courbet, rompendo con l’oggettivazione tradizionale e ridando soggettività a quella figura.
Accanto a questo c’è però un racconto più duro: le molestie e le pressioni subite nel mondo dell’arte, un ambiente dove i rapporti di potere tracciavano confini invisibili, riconosciuti solo dopo movimenti come #MeToo. De Robertis racconta un sistema in cui la richiesta implicita di favori sessuali veniva spesso mascherata da “trattative” per la carriera, un abuso nascosto dietro un’apparente scelta.
Memoria e tecnologia: l’intelligenza artificiale al servizio della testimonianza
La serie RAPE TAPES segna un passaggio importante: l’uso dell’intelligenza artificiale per raccontare verità nascoste, ricostruire memorie dolorose. L’immagine creata dall’AI, pur “falsa”, riesce a dare forma a esperienze personali che con i mezzi tradizionali sarebbe stato impossibile mostrare.
La scelta di questa tecnologia nasce anche dal fatto che non è possibile filmare direttamente le persone coinvolte nelle accuse, soprattutto con procedimenti legali in corso. L’AI diventa così un modo per allargare il racconto oltre il corpo, proponendo un confronto virtuale che è insieme testimonianza e performance.
Non si tratta di vendetta, ma di una ricerca che riflette sul potere delle immagini e della memoria. De Robertis si riappropria di uno strumento spesso usato per scopi misogini, come lo spogliare digitalmente le donne, e lo rovescia per raccontare la soggettività femminile e le dinamiche di potere.
Ai margini del sistema: visibilità a intermittenza
Nonostante la fama e il nome noto, Déborah de Robertis resta ai margini del sistema artistico ufficiale. La sua visibilità è spesso a sprazzi, capace di accendere dibattiti ma senza portare a riconoscimenti stabili o a opportunità durature.
L’artista sottolinea come l’aumento delle sue performance non abbia aperto porte nel mondo istituzionale; anzi, ha portato a una certa marginalizzazione. Il sistema fatica ad accogliere forme così radicali e personali, mantenendo un equilibrio fragile tra interesse e rifiuto.
Il suo percorso è anche una continua ricerca e sperimentazione, passando dalla performance corporea a lavori più concettuali su monumenti coloniali, pittura, opere sottratte, e oggi al cinema. Un’evoluzione che non abbandona la forza del corpo ma la porta verso nuovi orizzonti.
Guardando avanti: cinema e nuovi incontri
Per il futuro, de Robertis punta al cinema, uno strumento che considera adatto per approfondire la riflessione sul corpo, la memoria e la sua storia personale. Accanto a questo, l’interesse per figure come Cicciolina testimonia la voglia di confrontarsi con personaggi simbolo della cultura pop e artistica.
L’artista guarda anche all’Italia con curiosità, desiderosa di esplorare il paese attraverso esposizioni e collaborazioni, cercando dialoghi con protagonisti della scena culturale italiana. Questo sguardo aperto verso nuovi ambienti e forme d’arte conferma la sua voglia di cambiare, senza perdere la coerenza del suo cammino.
Il lavoro di Déborah de Robertis resta un esempio intenso di come arte, corpo e tecnologia possano intrecciarsi per raccontare storie complesse, mettendo a nudo questioni urgenti su genere, potere e memoria nell’arte di oggi. I tempi cambiano, e con loro le voci che li raccontano.
