Le immagini hanno un potere che non sospettiamo, dice un esperto d’arte contemporanea. E non è un’esagerazione. Negli ultimi mesi, sono apparsi libri che svelano come le immagini, la tecnologia e il potere si intrecciano in modi spesso invisibili, ma decisivi. Questi testi ci portano dentro officine mentali dove si forgiano idee, ci fanno attraversare storie di regnanti e imperi, ci spingono a smontare, pezzo per pezzo, la realtà virtuale e sociale che ormai ci avvolge. Parliamo di geopolitica dell’arte, della libertà umana che sembra sempre più delegata alle macchine, di folle digitali che si muovono come un unico organismo, di fotografie di guerra che raccontano verità scomode, e perfino di antiche fantasie sul corpo femminile artificiale. È un caleidoscopio complesso, dove si vede chi tiene in mano l’immaginario e quali poteri si celano dietro le immagini che plasmano il nostro presente.
Arte e potere: la politica globale degli immaginari secondo Enrico Mascelloni
Con “Le belle armi”, Enrico Mascelloni mette sotto la lente un fenomeno spesso ignorato: la cultura artistica non è un’isola neutra, ma un terreno di scontro dove si giocano potere e identità. Il libro smonta l’idea rassicurante del soft power, mostrando come musei, biennali e mercati dell’arte siano parte di una strategia globale spesso dura e diretta. Mascelloni analizza 25 Paesi, dall’Asia all’Africa fino all’Occidente, spiegando come le politiche culturali riflettano e modellino rapporti geopolitici concreti.
Tra i casi più emblematici ci sono le politiche culturali dell’ISIS, la controversa presenza del padiglione russo alla Biennale di Venezia 2026 e il legame tra arte contemporanea e il cosiddetto “sistema Epstein”. Non sono semplici curiosità, ma prove di un sistema in cui arte e potere si intrecciano con la forza reale di uno strumento simbolico. Mascelloni porta la sua esperienza di critico e curatore che da anni osserva l’arte come un fenomeno legato a conflitti, tensioni nazionali e cambiamenti sociali.
Il libro sfida la retorica idealistica sull’arte e la riporta al suo ruolo concreto: un’istituzione finanziata e usata come leva politica. Così, “Le belle armi” ci fa vedere con occhi nuovi grandi eventi e mercati artistici: non sono solo prodotti culturali, ma armi strategiche in un gioco di rappresentazioni e rivalità tra potenze.
Il giovane David Foster Wallace e la sfida al destino già scritto
Dagli archivi accademici riemerge la tesi di laurea giovanile di David Foster Wallace, scritta nel 1985. “Contro il fatalismo” affronta la questione della libertà umana davanti a un destino inevitabile. Wallace si confronta con la logica modale e le teorie di Richard Taylor, che sosteneva l’ineluttabilità del futuro e l’illusione del libero arbitrio. Ne esce un lavoro preciso, che smonta passo dopo passo l’argomentazione avversaria per trovare il punto in cui si incrina.
Anche se la scrittura è ancora accademica, già si notano tratti tipici dell’autore: un’ironia controllata, una determinazione quasi ostinata a evitare scorciatoie teoriche, e un gusto per la precisione che poi caratterizzerà la sua narrativa. Questo testo giovanile scava la genesi di temi chiave della sua opera: scelta, responsabilità e possibilità generate o negate dal destino.
Il libro è un raro documento che mostra la mente di un ventenne alle prese con temi duri e astratti senza rinunciare a uno sguardo critico e personale. È anche un invito a vedere la filosofia come un laboratorio vivo, dove le idee non sono spettri fissi ma conflitti aperti.
Intelligenza artificiale e delega del giudizio: come cambiano i nostri pensieri
Michele Kettmajer, in “La coscienza delegata”, guarda a un aspetto spesso trascurato dell’intelligenza artificiale: la nostra voglia di affidarle i giudizi quotidiani, prima ancora delle sue capacità. Non è tanto cosa può fare la macchina, ma quanto siamo disposti a lasciare a lei, spesso senza accorgercene.
Kettmajer osserva un fenomeno politico e culturale: dietro molte decisioni – risposte automatiche, selezione di contenuti, predizioni, classifiche – si nasconde un automatismo che costruisce confini di plausibilità e verità sempre più netti. Ma quelle presunte neutralità tecnologiche nascondono scelte umane, interessi e esclusioni. Le macchine diventano infrastrutture culturali, non solo tecniche, leve di potere per chi controlla l’informazione.
Il libro evita toni da apocalisse o da entusiasti: l’attenzione è sugli esseri umani e sulle loro abitudini di delega. Kettmajer smonta l’idea che la minaccia più grande sia una macchina autonoma e intelligente; il vero problema è la nostra disponibilità crescente a cedere parte del pensiero e del giudizio a risposte già pronte e veloci. È una riflessione tagliente sull’automazione mentale e le sue conseguenze sociali.
Versailles come non l’avete mai vista: un viaggio fotografico tra le stanze nascoste
Guillaume Picon ci porta dentro Versailles con uno sguardo diverso, lontano dalla classica cartolina. Il suo libro raccoglie oltre 220 fotografie, molte mai viste prima, per raccontare la reggia francese non solo attraverso i saloni famosi come la Galleria degli Specchi, ma anche gli spazi meno noti o appena restaurati.
Si scoprono così gli appartamenti privati di Madame de Pompadour e Madame du Barry, il teatro di Maria Antonietta, le stanze ottocentesche e la struttura architettonica vista dall’alto. I dettagli – tessuti, arredi, soffitti – raccontano il potere e la gerarchia materiale.
Versailles esce dagli stereotipi e si mostra come un organismo vivo: cambiamenti e restauri riflettono i mutamenti storici e sociali, la reggia è fatta di stanze ancora da scoprire. Il volume, realizzato con l’Ente pubblico di Versailles, unisce introspezione storica e passione visiva in un grande libro fotografico.
La gogna digitale: quando la condanna online diventa un processo senza appello
Raffaella Serini indaga il meccanismo del linciaggio sui social, scavando nei suoi meccanismi più profondi. “Dentro la gogna” parte da un fatto di cronaca e segue la deriva che spesso, in poche ore, frammenta il contesto e trasforma una persona in un bersaglio da attaccare all’infinito.
Il libro mette a confronto la responsabilità individuale – la facilità con cui si commenta e si condanna – e i sistemi tecnologici delle piattaforme, che premiano i contenuti più urlati e divisivi per attirare attenzione e traffico. Il risultato sono danni concreti: reputazioni distrutte, lavori persi, isolamento e conseguenze psicologiche.
L’analisi si allarga con giuristi, psicologi e esperti del digitale per capire come intervenire quando la gogna è in corso. Ma il punto più importante è l’economia che muove tutto questo: la violenza online non è solo il riflesso di una maggiore crudeltà collettiva, è un fenomeno che funziona e produce profitti.
L’indignazione diventa così un prodotto da consumare in un ciclo senza fine. Serini smaschera questi meccanismi per mostrarci dove sta il vero problema e dove si possono ancora cercare spazi per fermare o almeno rallentare la macchina del linciaggio di massa.
Le immagini di guerra che ancora parlano: Robert Capa e Gerda Taro in Spagna
“Death in the Making” conserva tutta la sua forza a quasi novant’anni dalla prima uscita. Le fotografie di Robert Capa e Gerda Taro durante la guerra civile spagnola raccontano un anno di conflitto con immediatezza e una potenza narrativa che va oltre la cronaca.
La nuova edizione mantiene il layout originale, le didascalie di Capa e la prefazione di Jay Allen. Le immagini sono ruvide, lontane dalla perfezione di molti reportage moderni, piene di urgenza e testimonianza. Grazie a un lavoro filologico, alcune foto finora anonime sono state attribuite a David Seymour, detto Chim.
Il libro include un saggio di Cynthia Young che spiega l’importanza storica di queste immagini, soprattutto nel secondo dopoguerra, quando il fotogiornalismo contribuì a costruire memorie collettive. Un documento vivo che mostra la tensione tra testimonianza diretta e narrazione, indispensabile per capire l’origine e la forza delle immagini di guerra.
Dalla mitologia ai robot: la lunga storia della donna artificiale raccontata da Lavinia Mannelli
Lavinia Mannelli, in “TecnoEva”, esplora una narrazione spesso nascosta ma potente: la costruzione della donna artificiale come simbolo del controllo maschile sull’altro sesso. Partendo dai miti antichi fino agli automi come Olimpia, passando per la cultura pop – da “Le mogli di Stepford” a “Ex Machina” – Mannelli mette in fila un desiderio ricorrente e inquietante: creare una donna bella, prevedibile e senza volontà.
Il libro segue chi progetta queste figure, quasi sempre uomini che usano la tecnologia per cancellare dal rapporto ogni elemento scomodo o indipendente. Ma queste donne artificiali quasi mai rispettano le intenzioni originarie: parlano, scappano, desiderano.
Questi fallimenti segnano la storia che Mannelli racconta con ritmo vivace, senza limitarsi a un elenco di esempi. Il testo è una riflessione serrata sul rapporto tra tecnologia, immaginario femminile e potere maschile, con una consapevolezza politica e culturale che illumina legami dal passato al presente.
