Quasi 40mila persone hanno varcato le porte del Tsinghua Art Museum di Pechino in poco più di due mesi. La mostra su Andrea Palladio non è stata solo un successo di pubblico, ma un ponte tra due mondi architettonici lontani nel tempo e nello spazio. Da una parte, la tradizione veneta; dall’altra, l’architettura contemporanea cinese. Non si tratta di un omaggio fermo, cristallizzato nel passato, ma di un dialogo dinamico. Palladio emerge come una fonte d’ispirazione viva, capace di alimentare nuove idee e interpretazioni originali.
La mostra, ospitata nella prestigiosa Tsinghua University, nasce da oltre due anni di lavoro congiunto tra il Politecnico di Torino e la School of Architecture di Pechino. Un progetto che ha aperto un dialogo diretto e complesso, dando vita a nuove chiavi di lettura sull’eredità di Palladio, sia dal punto di vista teorico che progettuale. L’allestimento è pensato per lasciare libertà al visitatore: niente percorso obbligato, ma quattro sezioni interconnesse da esplorare a piacere. La curatela, affidata a studiosi e designer italiani e cinesi, punta a coinvolgere in modo immersivo e personale.
Al centro dell’esposizione c’è il contrasto tra l’ordine rigoroso e razionale dell’architettura palladiana e la spontaneità, quasi immediata, delle produzioni di massa cinesi di oggi. A raccontare questa tensione sono 14 architetti cinesi di rilievo, che mostrano come l’eredità di Palladio possa dialogare con tecnologie moderne e forme di costruzione di massa, usando materiali e metodi innovativi. Più che una mostra, un laboratorio di riflessione dove il classico si trasforma, si adatta, si reinventa.
Il cuore della mostra sono dodici installazioni create appositamente per l’occasione, accompagnate da altrettante interviste video con architetti e studiosi cinesi. Questi filmati, proiettati su supporti girevoli interattivi, affrontano temi fondamentali: il rapporto tra architettura e paesaggio, il dialogo tra tradizione e innovazione, l’esperienza dello spazio vissuto. Frasi chiave di queste conversazioni sono ingigantite sulle pareti, trasformando il museo in un palcoscenico di idee.
Uno degli ambienti più suggestivi è il “talking wall”, che mette a confronto diretto la tradizione cinese, rappresentata dal trattato antico Yingzao Fashi, con quella occidentale, incarnata dai Quattro libri dell’architettura di Palladio. Da qui parte un’indagine sulle radici culturali e sulle diverse tecniche costruttive. Un’altra sezione ospita una serie di fotografie d’autore: gli scatti della fotografa americana Lois Conner ritraggono le architetture e i paesaggi palladiani, messi a confronto con immagini raccolte in quasi quarant’anni di lavoro in Cina. Un ponte potente, fatto di immagini, tra due mondi lontani ma connessi.
Accanto alle opere e ai contributi cinesi, la mostra dedica uno spazio a cinque artisti italiani contemporanei: Matteo Basilé, Davide Bramante, Luca Pozzi, Pietro Ruffo e Davide Sebastian. Ognuno offre una propria riflessione originale sull’eredità di Palladio, esplorando non solo il linguaggio dell’architettura ma anche quello dell’arte contemporanea. Questo dialogo arricchisce la mostra, dimostrando come la figura di Palladio sia ancora oggi un faro creativo di ampio respiro.
L’incontro tra arte e architettura, Italia e Cina, tradizione e sperimentazione fa della mostra un evento globale e multidisciplinare. La curatela, affidata a professionisti italiani e cinesi, garantisce un equilibrio di sguardi e competenze che rende il percorso coerente e stimolante. L’allestimento, curato da Francesco Carota e Margherita Iperique con PoliTo Studio e Calibro Zero, sottolinea l’idea di un confronto aperto, senza gerarchie.
Il successo di pubblico ha spinto gli organizzatori a prorogare la mostra fino al 6 dicembre 2024. Accanto all’esposizione, sono previsti eventi culturali di vario tipo: conferenze, visite guidate, tavole rotonde con protagonisti dell’architettura e della cultura. Tra gli appuntamenti più interessanti, una serata che unisce architettura e musica, con una composizione da camera del musicista Karl Jenkins ispirata al linguaggio di Palladio.
Realizzata con il sostegno dell’Ambasciata d’Italia e dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino, in collaborazione con l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, la mostra si inserisce in un percorso culturale già avviato con la precedente esposizione “Geometria, armonia e vita. L’architettura di Andrea Palladio dall’antico al classico” al National Museum of China. Questo nuovo capitolo conferma l’interesse crescente per il dialogo tra architetture e culture.
“Chinese Voices on Palladio” dimostra quanto un’eredità storica possa ancora alimentare idee e pratiche nuove. La risonanza internazionale di Palladio si allarga così a territori insospettati, dove l’antico si fa portavoce di un presente vivo e stimolante, offrendo spunti importanti per l’architettura del futuro.
Il 2 dicembre a Milano riaprono le porte a un capolavoro che custodisce un segreto.…
“Ho deciso: per il mio compleanno quest’anno voglio qualcosa di diverso.” Quante volte l’avete pensato?…
Le sue parole mi hanno cambiata, racconta una lettrice, e non è un caso se…
Piazza Manfredo Fanti, nel cuore dell’Esquilino, si è appena vestita di un nuovo nome: giardino…
Appena si scorge Alpuente, il cuore si ferma un attimo. Un borgo arroccato su una…
«Non voglio un hotel a cinque stelle, ma un’esperienza vera». Questa frase, pronunciata da un…