Dieci anni fa, il Mudec di Milano apriva le sue porte, segnando una nuova tappa nel panorama culturale della città. Oggi, lo studio David Chipperfield Architects è di nuovo chiamato a intervenire, con l’obiettivo di ridisegnare l’allestimento della collezione permanente. Non si tratta di un semplice restyling: è un ritorno carico di valore simbolico, dopo un percorso lungo e spesso complesso che ha accompagnato la nascita del museo in zona Tortona. Il Comune di Milano ha scelto proprio Chipperfield per guidare questo nuovo progetto, deciso a mantenere viva la visione originale e a scrivere una nuova pagina per il museo.
Un progetto per rinnovare l’esperienza del visitatore
Il nuovo allestimento punta a dare nuova vita all’architettura e all’idea di museo, lavorando su tanti aspetti: dal percorso espositivo ai supporti visivi, dall’illuminazione alle teche, fino a tutti i dettagli tecnici che fanno da base all’allestimento. L’obiettivo è semplice ma ambizioso: costruire un sistema armonico e funzionale che valorizzi al meglio la collezione permanente, offrendo modi nuovi di vedere e vivere le opere.
Nel frattempo, il Comune sta riorganizzando anche la struttura del museo. Dopo che la prima gara per affidare le attività culturali era andata deserta, è in arrivo un nuovo bando. L’intenzione è di raddoppiare lo spazio espositivo dedicato alla collezione civica, passando da 500 a 1.000 metri quadrati. Non si tratta solo di metri quadri in più, ma di ripensare il museo come spazio di incontro e dialogo tra storia, arte e pubblico.
La collaborazione con Chipperfield permette di dare una forma precisa a questi cambiamenti. L’idea è di mettere in sintonia il progetto museale con la nuova gestione, per offrire un’esposizione moderna, capace di rispondere alle sfide culturali di oggi. Un restyling che coinvolge ogni dettaglio, dalla disposizione degli spazi alla chiarezza delle esposizioni.
La “guerra del pavimento”: il passato turbolento del Mudec
Per capire quanto sia importante questo ritorno, bisogna fare un passo indietro al 2015, quando il museo aprì dopo dodici anni di lavori. L’inaugurazione fu tutt’altro che tranquilla: Chipperfield e il Comune si scontrarono duramente sulla pavimentazione. La pietra vulcanica dell’Etna, usata su circa cinquemila metri quadrati, non rispecchiava gli standard previsti dal progetto originale, secondo l’architetto.
Le differenze di colore, le lastre scheggiate, le macchie e le fughe irregolari trasformarono la questione in una vera e propria “guerra del pavimento”, come la definì lo stesso Chipperfield. La qualità del materiale finì al centro di un acceso dibattito pubblico, con l’architetto che arrivò a rifiutarsi di partecipare all’inaugurazione. Il Comune, dal canto suo, sosteneva che tutto fosse stato deciso insieme e che i controlli fossero stati fatti con la piena collaborazione dello studio, incluso l’accesso alla cava.
La tensione arrivò fino a una diffida legale per bloccare l’apertura del museo nelle condizioni denunciate. Alla fine, il 26 marzo 2015 il Mudec aprì, ma senza Chipperfield alla cerimonia. La polemica su qualità e responsabilità restò viva a lungo, segnando una frattura difficile da ricucire tra l’architetto e l’amministrazione comunale, che ha pesato anche sull’immagine stessa del museo.
Un rilancio che guarda alle origini e al futuro
Oggi il ritorno di David Chipperfield Architects non è solo una questione di restyling. Lo studio vuole rilanciare la visione da cui è nato il museo, ripensando il rapporto tra la collezione, gli spazi espositivi e il modo in cui il pubblico li vive, aggiornandolo ai tempi moderni.
Il Mudec è da anni in una fase di trasformazione e questo progetto punta a rafforzare la sua identità, mettendo in sintonia l’architettura originale con le nuove esigenze di comunicazione e fruizione. Il ritorno di Chipperfield è un ponte tra passato e futuro, tra radici progettuali e innovazione.
L’obiettivo è trasformare il museo in uno spazio più flessibile, moderno e inclusivo, capace di accompagnare l’evoluzione della collezione e di rispondere a un pubblico sempre più vario. Il team britannico ha descritto questa sfida come “il proseguimento di una storia architettonica iniziata dieci anni fa, ma ancora tutta da scrivere”, segnando così l’inizio di una nuova fase per il Mudec milanese.
