Giuseppe Di Morabito è partito da Molochio, un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, con una valigia piena di ricordi e sogni. Aveva appena 17 anni quando ha lasciato la sua terra natale, ma quel legame con la Calabria non si è mai spezzato. Ogni sua creazione racconta di quei paesaggi, di quelle luci calde e delle persone che hanno segnato la sua infanzia. Oggi, i suoi abiti non sono solo moda: sono storie che hanno conquistato icone come Beyoncé e Cher. Un marchio italiano che unisce arte, mito e artigianato, trovando il suo posto nel cuore di Milano e oltre.
Le donne di Calabria: l’ispirazione che batte al cuore
La Calabria di Di Morabito è fatta soprattutto di donne. Quelle della sua famiglia, come sua madre e sua zia, che la domenica si trasformavano in vere regine del colore e dello stile, con abiti vivaci, corpetti e tonalità forti. Un rito che, per lui, rappresenta la femminilità in tutta la sua potenza. Nel quotidiano, invece, le scelte erano più sobrie, quasi invisibili. Ma quando arrivava la messa, tutto cambiava: dall’abito semplice si passava a un’esplosione di eleganza e personalità. Questa esperienza ha segnato profondamente il suo modo di vedere la moda, unendo la tradizione sartoriale calabrese a un’idea di eleganza espressiva.
Per Di Morabito la sartoria non è solo mestiere: è un mondo fatto di contrasti. Le donne che portano avanti il ricamo e il cucito, e gli uomini impegnati nel taglio maschile su misura. Molochio, con i suoi duemila abitanti, è un piccolo universo dove artigianato e femminilità convivono. Un equilibrio che oggi si riflette nella sua capacità di passare dal rigore del tailoring maschile a creazioni femminili dettagliate e raffinate.
Tradizione e città: l’incontro che fa la differenza
Se la Calabria gli ha dato la base tecnica, la manualità e l’amore per il dettaglio, Milano ha aggiunto un’altra dimensione: quella urbana, moderna, veloce. È questo incontro tra mondo rurale e città cosmopolita che ha plasmato lo stile di Di Morabito, fatto di radici solide e di sguardo contemporaneo.
Fin da giovane, Di Morabito ha mostrato una passione forte per l’arte figurativa. A 18 anni ha creato una collezione ispirata agli affreschi barocchi delle chiese di Sant’Ignazio e del Gesù a Roma, mescolando arte classica e moda. Nel suo immaginario ci sono anche i Preraffaelliti e Antonio Canova, lo scultore capace di trasformare il marmo in forme quasi vive. Questa passione si traduce nei suoi abiti, che modellano il corpo come fossero vere e proprie sculture: linee asciutte e aderenti accanto a tagli ampi e maschili, in un continuo gioco di contrasti.
Penelope, simbolo di attesa e maestria artigiana
La collezione primavera/estate 2027 nasce da una riflessione sul tempo e sulla pazienza. Penelope, con la sua storia di attesa e resistenza, diventa una metafora potente del lavoro dietro ogni capo. Per Di Morabito, l’artigianato richiede tempo, dedizione e cura, valori che rischiano di perdersi in un mondo ossessionato dalla velocità e dalla produzione di massa.
Non si tratta di guardare indietro per nostalgia, ma di sottolineare il valore insostituibile del lavoro umano nella moda. La tecnologia è un aiuto, non un sostituto. Lo stilista ha usato l’intelligenza artificiale per immagini e cataloghi, ma ha scelto di riportare al centro la fotografia fatta con occhi e mani umane. Perché ogni abito passa attraverso molte fasi manuali e aggiustamenti che nessuna macchina può replicare.
L’artigianato che convive con la tecnologia
Creare un abito è un processo fatto a mano: ogni prototipo viene smontato, rielaborato, ricostruito, trasformando l’idea originale. Da un vestito semplice può nascere un fiore, grazie a tagli e manipolazioni guidate dall’esperienza di sarti e modellisti. Un risultato che la tecnologia da sola non può raggiungere.
La tecnologia aiuta soprattutto nei ricami, nelle lavorazioni laser e tridimensionali, ma sempre sotto il controllo attento di mani esperte. Anche le tecniche più complesse, come l’uso di maglie metalliche che richiamano Gianni Versace, restano profondamente legate all’abilità manuale. E nel ricamo, la differenza tra macchina e mano si vede tutta: la macchina riproduce decori, ma è la mano che mette quell’imperfezione, quell’“errore” che rende ogni pezzo unico.
Milano e Marche, due anime di un brand italiano
Il percorso di Di Morabito si sviluppa su due territori: Milano e le Marche. Nella capitale della moda, un team di quattro persone si occupa di stile e ricerca. Nelle Marche si concentrano modellistica, produzione, sviluppo e logistica, a conferma di quanto la manifattura italiana resti il cuore del processo creativo.
Tutto parte da un tema, da cui il team lancia la ricerca sui tessuti, spesso personalizzati o stampati per raccontare la storia della collezione. I materiali scelti diventano la base per disegni e forme, che poi prendono vita nei prototipi, pensati per vestire il corpo e trasformare un’idea in realtà.
Mito e vita: quando il passato diventa racconto presente
Per Di Morabito il mito non è solo una storia antica da raccontare. Ogni riferimento nasce da una conoscenza profonda e da una rielaborazione personale. La mitologia diventa uno specchio che riflette emozioni e eventi della sua vita.
Temi come desiderio, amore, caduta, perdita e ritorno attraversano le sue collezioni, segnando i momenti più intensi della sua storia. La scelta di Penelope apre un capitolo che parla di origini, pazienza e un dialogo intimo con le sue radici. Come un moderno Ulisse, Di Morabito ha lasciato la Calabria in cerca di confronto e riconoscimento a Milano, ma quel legame con la terra d’origine resta forte, saldo.
Un viaggio che unisce memoria, cultura e innovazione, portando la moda italiana verso nuovi orizzonti di espressione artistica e tecnica.
