Nel cuore di Milano, alla Fondazione Mudima, si accende una luce particolare: quella di Helmut Schober. L’artista nato a Innsbruck, ma milanese d’adozione, torna a farsi vedere con una mostra che attraversa quasi cinquant’anni di ricerca. Dai primi esperimenti performativi degli anni Settanta, quando la materia si faceva esplosione sulla tela, fino alle imponenti opere luminose degli ultimi tempi. Qui la luce non è mai solo colore: è forza, è movimento, è qualcosa che si sente quasi sulla pelle. Tra suoni vibranti e polveri che si muovono, Schober racconta un universo invisibile, fatto di energie e trasformazioni costanti.
Schober tra performance e introspezione
Helmut Schober nasce a Innsbruck nel 1947 e poi si trasferisce a Milano, città che segnerà profondamente il suo percorso creativo. Cresce in un clima europeo vivace, influenzato dalle avanguardie più estreme, ma trova subito una sua strada ben definita. Nei primi anni prende parte a esperienze simili a quelle dell’Aktionismus, dove il corpo è protagonista di azioni forti, quasi drammatiche. Ma per Schober il corpo è soprattutto uno strumento, un mezzo per sprigionare energie che vanno oltre la dimensione umana, dando vita a piccoli eventi catastrofici studiati a tavolino.
Il suo lavoro spazia dalle performance dal vivo, spesso con costumi insoliti – che ricordano tute da palombaro o astronauta – fino alla pittura e alle installazioni. Cinquant’anni di ricerca senza mai perdere di vista l’obiettivo: rendere visibile ciò che non si vede, scuotere energie, raccontare trasformazioni interiori ed esterne. La mostra alla Fondazione Mudima, curata da Dieter Ronte e sostenuta dal Forum Austriaco di Cultura di Milano, raccoglie proprio questo percorso.
Tra performance e tele luminose: la mostra alla Fondazione Mudima
L’allestimento alla Fondazione Mudima regala un’esperienza intensa e ben calibrata. Il curatore Fayçal Zaouali ha scelto un approccio sobrio, quasi filologico. Al centro dello spazio spiccano le opere più recenti e spettacolari: grandi tele cariche di energia, come se fossero manifestazioni di fenomeni cosmici. I pigmenti delle ultime opere sembrano brillare dall’interno, emanando una vitalità quasi tangibile.
La mostra si apre con un pezzo forte del passato performativo di Schober: “Concerto 1” del 1977, presentato a Documenta 6 di Kassel. Lì l’artista si sdraia a terra con una macchina sonora attaccata alla schiena, un dispositivo metallico che produce movimento e suono grazie a una sfera che si muove lungo una scanalatura. Vicino, una serie di foto e lo stesso apparecchio usato nell’azione raccontano il cuore della sua ricerca: corpo, movimento e suono che si intrecciano.
Le opere seguono poi un ordine temporale che porta il visitatore avanti e indietro nel tempo, mostrando la profondità e la varietà del suo lavoro, dalla scultura alle immagini in movimento, fino ai dipinti più astratti.
La luce prende corpo, il corpo si dissolve
Nel tempo la sua arte si sposta dai gesti fisici a una progressiva astrazione, fino a far svanire il corpo stesso nella luce. Un esempio chiave è una performance in cui Schober tiene una fonte luminosa che attraversa verticalmente il suo corpo, quasi cancellandolo e trasformandolo in un raggio di luce.
Il disegno preparatorio di “Narciso” del 1974 mostra ancora la fase iniziale, dove i movimenti si traducono in onde. Ma già nella tela “Figura con idolo” del 1985, presentata alla Biennale di Venezia l’anno dopo, il corpo si fa quasi incorporeo, pronto a trasformarsi in polvere di stelle. L’immagine ricorda una figura sovrannaturale, un essere in mutazione verso un’energia pura, quasi un arcangelo o un’entità fantascientifica.
Accanto, “Campo di battaglia 1”, esposto a Documenta 8 nel 1987, mostra un ulteriore passo: la luce si fa onde concentriche che si staccano dal corpo, diventando un fenomeno autonomo, un campo visivo di forze.
Su altre pareti, disegni dedicati alla musica di Mozart raccontano un altro lato della sua poetica. Realizzati negli anni Novanta con carboncino, questi lavori trasmettono con linee scure e fluide le emozioni suscitate dall’ascolto, trasformando il suono in tracce visive dense di tensione e profondità.
“Toscana immaginata”: linee essenziali per un paesaggio carico di energia
Tra i capitoli più interessanti della sua produzione ci sono i disegni della serie “Toscana immaginata”, realizzati nel 2004 con pennarello nero. Qui il paesaggio è ridotto all’essenziale: poche linee delineano edifici, campanili, colline, semplici sagome.
Ma quella che sembra una semplificazione è in realtà un’analisi dell’energia che attraversa quei luoghi. Le torri non si limitano a emergere, ma diventano generatori di forza che si irradiano lungo i pendii come radici o tentacoli. Questi disegni catturano il respiro invisibile di un ambiente, le sue vibrazioni più profonde, non i dettagli concreti.
“Toscana immaginata” diventa così un punto d’incontro tra natura, memoria e forza vitale: il segno diventa veicolo di un’energia pulsante e viva.
Le ultime opere: luce fosforescente e dinamiche cosmiche
L’ultima parte della mostra è dedicata alle opere più recenti di Schober, realizzate prima della sua morte a Milano nel 2024. Qui la pittura mostra l’invisibile, cattura energia e movimento come se l’artista avesse fermato la luce in un istante.
I pigmenti sembrano brillare dall’interno, con bagliori e scie luminose. Le pennellate vibrano, lasciando tracce di calore e dinamismo su tele di grandi dimensioni.
Questi lavori diventano vere e proprie “macchine” di energia visiva, capaci di cogliere processi troppo rapidi o nascosti all’occhio umano. Con un equilibrio sottile tra luce e materia, Schober rende tangibile quel senso di infinito e mistero che accompagna la musica di Mozart, a cui era sempre stato legato, e quel movimento eterno delle sfere celesti che l’uomo osserva da sempre, senza mai poter ascoltare davvero.
La mostra “Helmut Schober. Luce e Movimento” rimarrà aperta alla Fondazione Mudima di Milano fino al 30 ottobre 2026. Un’occasione preziosa per scoprire un artista che ha tracciato un percorso unico nell’arte contemporanea, invitando a guardare oltre l’apparenza, tra luce, corpo e materia, in una riflessione profonda sul tempo e sull’energia che attraversa ogni forma di vita.
