Nel silenzio ovattato del Castello di Racconigi, tra pareti intrise di secoli e arredi d’epoca, prende vita un Giappone inatteso. Stefano Faravelli, torinese classe 1959, ha portato qui i suoi taccuini, veri e propri scrigni di viaggi e emozioni. È lui, il pioniere in Italia del carnet de voyage: un modo unico di raccontare i luoghi attraverso schizzi e parole intrecciate. Ma questa volta, la sua narrazione si fa più intima, più profonda. Nei suoi disegni si legge l’amore per l’arte orientale, la memoria di legami familiari, una fusione tra vita vissuta e creatività che si fa racconto autentico.
Lo studio di Torino: memoria, artigianato e un legame paterno
Il suo studio, sulle colline torinesi, è un piccolo rifugio dove si mescolano ricordi e lavoro. Le finestre si affacciano su un bosco, le pareti sono piene di quadri, taccuini e oggetti costruiti insieme al padre, scomparso a 97 anni all’inizio dell’anno. Tra questi spicca un carrettino con un piccolo alambicco, scherzosamente chiamato “distillatore di lacrime di coccodrillo”, frutto di un progetto condiviso tra padre e figlio. Non è solo artigianato, ma un’eredità affettiva e artistica che segna il cammino di Stefano: proprio il padre gli regalò la prima scatola di acquerelli quando aveva sette anni. È un legame intimo, profondo, come dice un proverbio arabo che vede il figlio come il segreto del padre.
In questo spazio si sente la forza di una vita dedicata all’arte, ma anche il filo sottile che unisce affetti, tradizioni e memoria. Ogni oggetto, anche il più piccolo, racconta una storia nel viaggio che conduce ai suoi carnet: veri e propri scrigni di emozioni e riflessioni.
“Specchi del Giappone”: arte e storia si incontrano a Racconigi
La mostra “Specchi del Giappone” è la prima occasione in cui vengono esposti insieme i taccuini originali, gli album autografi e gli strumenti di viaggio di Faravelli. Le sale del Castello di Racconigi, famose per le antiche carte dipinte cinesi e il gusto orientalista che dal Settecento caratterizzava queste dimore europee, diventano così il palcoscenico ideale per un dialogo tra l’arte contemporanea e l’ambiente storico. Nel 1909 proprio qui soggiornò lo zar Nicola II, e agli inizi del Novecento l’appartamento per la foresteria reale venne chiamato “Appartamento Giapponese” per il rinnovamento degli arredi, affidato a laboratori torinesi specializzati in mobili ispirati all’Oriente.
Questo contesto crea un’atmosfera unica, che lega il viaggio sensoriale e spirituale di Faravelli ai grandi movimenti del japonisme europeo. Le sue opere si riflettono in un passato che si fa presente, mostrando come storia, cultura e arte si intreccino. Tra mobili d’epoca e paesaggi immersi nel verde, il visitatore è invitato a scoprire un percorso che attraversa continenti e tempi, mantenendo sempre un legame saldo con l’oggi.
Da Torino all’Oriente: un percorso tra filosofia, pittura e spiritualità
Stefano Faravelli è un artista con molte sfaccettature: pittore, scrittore, viaggiatore appassionato delle culture orientali. La sua formazione comincia all’Accademia di Belle Arti di Torino, dove studia con maestri legati all’Informale e frequenta artisti dell’arte povera. Ma la svolta arriva quando lascia l’Accademia per iscriversi a Filosofia, in un periodo dominato dal “pensiero debole”. Studia Heidegger e Nietzsche, si avvicina a una critica profonda della modernità e del nichilismo. Allo stesso tempo approfondisce orientalistica, impara l’arabo e si immerge nella spiritualità islamica. Tutto questo influenza il suo modo di vedere e rappresentare l’immagine, che diventa un viaggio interiore oltre che estetico.
Questa formazione a tutto tondo si riflette nel suo lavoro, sempre in bilico tra pensiero e immaginazione. La collaborazione con Guido Ceronetti al Teatro dei Sensibili arricchisce il suo modo di raccontare e interpretare la cultura. Nei suoi disegni non c’è solo rappresentazione, ma un incontro tra mondi simbolici, un passaggio verso visioni più profonde.
Il carnet de voyage: un modo per capire e raccontare il viaggio
Per Faravelli il carnet non è solo un diario illustrato, ma uno strumento complesso che unisce immagini, parole e oggetti per raccontare l’anima di un luogo. Realizzarlo significa mettere insieme acquerelli e schizzi, appunti presi sul momento, interviste, poesie, note storiche o filosofiche. E poi ci sono gli “apporti”, cioè oggetti raccolti durante il viaggio – biglietti, foglie, tessuti – che trasferiscono nel taccuino l’energia del luogo.
Spesso i significati emergono solo dopo mesi dal ritorno: la memoria di un volto, il suono di una strada, il profumo di un cibo, come la ricetta del pesce gatto scoperta in Giappone. Un’immagine, come quella di un airone, può ispirare una poesia o un’emozione. In sostanza, il carnet fissa l’attimo, conserva la diversità culturale minacciata dalla globalizzazione e resta una testimonianza viva, un ponte tra ciò che si vede e ciò che si sente.
Il Giappone nei taccuini di Faravelli: fascino, storia e critica alla modernità
Il viaggio di Faravelli in Giappone si intreccia con la sua storia personale e l’eredità di famiglia. In un vecchio archivio ha trovato fotografie della sua prozia Irma vestita da geisha, risalenti ai primi del Novecento, un’epoca in cui il Giappone affascinava l’Occidente, grazie a opere come Madama Butterfly e alle tournée di Sada Yakko, celebre geisha che nel 1902 passò anche da Torino. Quegli arredi orientalisti che oggi ospitano la sua mostra rinsaldano il legame tra passato e presente.
Faravelli non guarda al Giappone come a un soggetto esotico. Critico verso la modernità, preferisce un tipo di viaggio più antico, “antiquariale”, quasi un pellegrinaggio spirituale. La sua passione nasce da un’educazione affettiva e culturale: da bambino il padre lo portò a vedere Rashomon di Kurosawa, e poi crebbe leggendo classici come il Genji monogatari.
Il Giappone di oggi, però, lo lascia perplesso. Lo definisce una “città modernastra”, riprendendo un’espressione di Fosco Maraini, un posto dove la frenesia della modernità sembra cancellare la raffinatezza secolare. Tokyo, al centro della mostra, è emblema di questa tensione: una metropoli complessa, difficile da cogliere nella sua vera bellezza.
Il carnet: fissare l’essenza del viaggio prima che svanisca
Gli aironi che Faravelli dipinge diventano simboli, messaggeri tra mondi, ponti tra visibile e invisibile. Il viaggio assume una valenza spirituale forte. Il carnet diventa un rito, un modo per salvare il bello e il diverso prima che la modernità lo cancelli o lo renda anonimo.
Il suo lavoro è fatto di incontri unici: un monaco buddista, una bambina che condivide un momento creativo, l’attimo in cui l’inaspettato si fa presente. Ogni taccuino racconta questa voglia di eterno, registrando con sensibilità esperienze e impressioni uniche.
Fino al 1° novembre 2026, la mostra “Specchi del Giappone” al Castello di Racconigi offre la possibilità di entrare in questo mondo. Tra pagine, immagini e oggetti, il visitatore compie un viaggio nel tempo e nello spazio, dove tradizione, arte e riflessione si intrecciano in un racconto vivo e coinvolgente.
