Nel 1999, Sergio Ricciardone e un gruppo di appassionati lanciarono un’idea audace: collegare i locali di Torino per far emergere nuove frontiere musicali. Oggi, dopo venticinque anni, il C2C Festival resta una pietra miliare nel panorama internazionale, ma non senza qualche crepa. L’edizione 2026, appena archiviata, ha messo in luce trionfi e interrogativi: spazi reinventati, nomi di richiamo e un contesto politico-economico tutt’altro che tranquillo, che ha lasciato il segno anche tra le note e il pubblico.
25 anni di C2C: tra conferme e qualche novità
La venticinquesima edizione del C2C Festival, partita il 29 ottobre insieme all’Art Week torinese, si è chiusa con risultati a tratti contrastanti. Da un lato, è tornato il Teatro Carignano tra le sedi ufficiali. Qui, il 31 ottobre, il duo norvegese Smerz ha offerto un’esibizione intima e riflessiva, portando nuove sfumature nel cartellone. Sono stati introdotti biglietti unici per due storiche discoteche della città, Le Roi — con il suo design firmato Carlo Mollino — e Notorius, per migliorare la fruizione del pubblico.
Al Lingotto, cuore del festival, gli spazi sono stati riorganizzati: corridoi più ampi e pedane per ascoltare musica supplementare hanno cercato di rendere più fluido il passaggio da un’area all’altra. Ed Warren ha confermato il suo ruolo nel light design, garantendo continuità al look visivo ormai consolidato.
Nonostante tutto, la partecipazione complessiva è stata inferiore rispetto all’anno passato, accendendo discussioni tra addetti ai lavori e spettatori.
Numeri ufficiali e realtà sul campo: il gap che fa riflettere
L’organizzazione ha parlato con orgoglio di 43mila presenze totali e diverse serate sold out. Ma chi ha vissuto il festival dall’interno racconta un’altra storia. I corridoi del Lingotto, solitamente affollatissimi e caotici, sono apparsi più sgombri, con un accesso ai palchi decisamente più agevole. L’unico momento di vero pienone è stato l’esordio alle OGR, con un pubblico giovane e internazionale attratto da performance come quella di ML Buch.
Questa discrepanza spinge a interrogarsi sul peso del contesto politico ed economico. Nel bel mezzo del festival, l’Italia ha vissuto uno sciopero nazionale che ha fatto emergere le tensioni legate al caro vita e alle spese militari. Probabilmente, queste condizioni hanno inciso sulla partecipazione, così come il cambio di sponsor, che ha modificato le dinamiche finanziarie e promozionali. Non sono mancate critiche alle scelte artistiche, considerate da alcuni troppo prudenti: la programmazione ha puntato su nomi già affermati, senza osare troppo con proposte innovative o sperimentali.
La presenza ripetuta di Arca, già protagonista nella tappa newyorkese di C2C a maggio e figura centrale nel DJ set “misterioso” del 31 ottobre, ha diviso pubblico e critica.
Apertura alle OGR: emozioni e qualche delusione
Il festival si è aperto alla Sala delle Fucine delle OGR, spazio scelto ancora una volta per dare il via e chiudere la manifestazione con grande successo di pubblico e qualità. Giovedì 29 ottobre ha offerto una serata varia, con le ballate elettrofolk di Wendy Eisenberg e il dream pop raffinato della danese ML Buch, accompagnata dal Quartetto Pessoa.
Sul palco sono saliti anche DJ Python e Shygirl, che hanno dato energia e intensità al primo atto, imprimendo un ritmo vibrante alla serata. Invece, i The Avalanches, pur essendo storici del sampling, hanno deluso con un set che, dopo un buon inizio, ha perso freschezza.
Il passaggio al Lingotto, sempre una sfida per l’acustica, ha segnato la seconda giornata. Qui, l’allargamento dei corridoi e le pedane per l’ascolto multisfaccettato hanno cercato di ovviare alla confusione di sempre. La Plenitude Room, che l’anno scorso aveva ospitato progetti importanti come quello di Nico Vascellari, è stata rimossa per far spazio all’installazione luminosa Smile di Davide Sgambaro. Il secondo palco ha cambiato nome e sponsor: Stone Island ha lasciato il posto a Dazed, magazine che punta su contenuti editoriali e musicali.
Venerdì e sabato: luci e ombre sul palco
Tra le esibizioni di venerdì 30 ottobre, spiccano il back to back di Anelena Toku e Carla Boregas, che ha saputo unire droni e atmosfere downtempo con vocalità intense, creando un paesaggio sonoro unico. La svedese Robyn ha infiammato il main stage con un mix di hit consolidate, come “Dancing On My Own”, e collaborazioni sorprendenti con il rapper locale Yung Lean.
Diversa è stata la reazione per Theo Parrish, che ha proposto un DJ set di sette ore incentrato soprattutto sul funk-jazz, con un ritmo più lento e meno coinvolgente per il pubblico. Arca, invece, ha dovuto affrontare ritardi e problemi tecnici durante il live, costringendo a pause e interruzioni.
Sabato 31 ha visto protagonisti artisti giovani e meno noti, con Yung Lean & Bladee capaci di caricare il pubblico con un live energico, anche se a tratti caotico. Hanno colpito anche Chantssss e il producer keniota KMRU, con un set dark ambient accompagnato da coreografie luminose firmate Ed Warren; un’esperienza che ha amplificato sensazioni alienanti e immersive.
Il gran finale: sperimentazioni e spettacolo
L’ultimo giorno, 1 novembre, ha alzato il livello con esibizioni di grande qualità alle OGR. Carl Stone ha stupito con virtuosismi che hanno mescolato free jazz, glitch hop e baroquecore, offrendo una sperimentazione sonora di forte impatto.
Grouper ha proposto un’esibizione malinconica e rarefatta, costruita su atmosfere spettrali, mentre la catalana Marina Herlop ha catturato l’attenzione con prove vocali intense, accompagnate da tamburi tribali e ritmi incalzanti. Il suo set, coprodotto con MITO Settembre Musica, ha ricordato per complessità e spessore artistico i lavori vocali di Meredith Monk.
Gli Headache hanno portato uno spettacolo che ha alternato brani noti a monologhi motivazionali, a tratti severi e ironici, strutturato in tredici capitoli con visual che mescolavano intelligenza artificiale, found footage, meme e GIF in un collage sorprendente. Nei video sono state incluse due storiche performance di Bruce Nauman e Francis Alÿs, arricchendo l’esperienza multisensoriale del pubblico.
Il gran finale è stato affidato a Lorenzo Senni, che ha presentato il disco in uscita “All Ages” con un live movimentato, tra casse audio gonfiabili e una consolle che è diventata il teatro dei suoi virtuosismi atletici, tra pirouette e salti. Un momento controverso, che ha diviso gli spettatori tra ammirazione per la tecnica e critiche per una esibizione a tratti eccessiva.
C2C Festival tra pubblico internazionale e sfide da affrontare
Il C2C Festival resta un punto di riferimento nel panorama musicale internazionale, soprattutto per il pubblico estero in crescita costante. Però si avverte una sensazione di stallo nell’indirizzo artistico, con una tendenza a puntare su nomi già affermati invece di scommettere su talenti nuovi e idee davvero innovative. L’assenza di Sergio Ricciardone, fondatore storico, si fa sentire e sembra richiedere una nuova strategia di rilancio.
L’edizione 2026 è stata più rassicurante e meno sperimentale, forse per contenere i rischi, ma questo atteggiamento potrebbe indebolire il ruolo di C2C come epicentro della ricerca musicale. A Torino, città che ha visto nascere il progetto, resta aperta la sfida di trovare un equilibrio tra il rispetto delle radici e l’apertura alle nuove sonorità. Un passaggio decisivo per definire l’identità delle prossime stagioni.
