Il tempo non scorre più uguale, confida Maria Domenica Rapicavoli, mentre osserva le sue opere alla Sofy Gallery di Manhattan. Artista catanese trasferita a New York, torna a esporre dopo anni di silenzio, segnati da una malattia che ha rivoluzionato la sua percezione del corpo e dell’esistenza. “Low Tide” non è una mostra sul cancro, precisa, ma un viaggio intimo tra natura, destino e biologia. Tra porcellane fragili e dettagli minuziosi, racconta ciò che ha imparato durante lunghe passeggiate al mare, dove ogni onda sembra sussurrare storie di rinascita e contraddizione. Fino al 28 novembre 2026, le sue opere dialogano con Manhattan, portando un’energia nuova e profonda.
“Low Tide”: tra bassa marea e fragilità umana
“Low Tide” nasce da un’esperienza personale che si trasforma in un percorso denso e toccante. Nel 2025, Rapicavoli ha affrontato una diagnosi inaspettata, seguita da mesi di chemio e interventi chirurgici. Un periodo che ha congelato la sua creatività per molto tempo. Tornare a dipingere è stato insieme un dolore e una liberazione. Il titolo della mostra si riferisce ai momenti di bassa marea vissuti durante le sue passeggiate a Rockaway Beach, sull’Oceano Atlantico: un’immagine che parla di vulnerabilità, di esposizione e di un cambiamento continuo, proprio come il ciclo del mare.
Durante quei cammini l’artista ha trovato un nuovo filo da seguire, che si riflette nelle opere e nelle parole esposte. La bassa marea diventa così una metafora della condizione umana quando è fragile, ma anche del processo di guarigione e trasformazione. In questo contesto, Rapicavoli mette in scena un dialogo tra tempo biologico, destino e quel senso di appartenenza a una rete più grande di vite intrecciate.
Ritorno alla pittura e la forza tattile della porcellana
Prima della malattia, Rapicavoli non dipingeva da vent’anni. Il suo ritorno alla pittura, soprattutto con la gouache su tela bagnata, è stata una scoperta in linea con il bisogno di rappresentare la fluidità e la materia viva. Le sue grandi tele, di due metri per due, si ispirano alle immagini microscopiche delle cellule tumorali fotografate dopo l’intervento. Quel filamento di DNA, se srotolato, raggiungerebbe proprio quelle dimensioni: un’idea di pittura che sfuma i confini, si mescola con il supporto e simboleggia l’imprevedibilità della vita stessa.
Per ritrovare un contatto più diretto con la materia, l’artista ha lavorato intensamente con porcellana e ceramica, manipolandole come fosse argilla da modellare. Ha creato una serie di scritte in porcellana smaltata dai colori vivaci, con parole cariche di paura, speranza e ironia: “I am scared”, “Fear”, “Like a turtle upside down” — quest’ultima ispirata alla resilienza delle tartarughe, capaci di raddrizzarsi nonostante la fragilità del momento. Questi messaggi appesi al muro formano una mappa emotiva, segno di una lotta personale che diventa esperienza collettiva.
Natura e simboli di rinascita: granchi, conchiglie e memorie
Durante le sue passeggiate, Maria Domenica ha raccolto esoscheletri di granchi e altri oggetti trovati sulla spiaggia. I granchi, noti per la loro capacità di muta e rigenerazione in momenti di fragilità, diventano protagonisti concreti e simbolici della mostra. La loro bellezza naturale, quasi pittorica, rappresenta la sopravvivenza e il cambiamento costante. Questi elementi naturali aggiungono un livello tangibile alla riflessione sul corpo e la malattia.
Al centro dell’allestimento spicca una grande conchiglia in porcellana, simbolo di sensualità e rinascita, che si lega perfettamente ai temi del corpo e della vita. Un altro oggetto che ha colpito profondamente l’artista è un’urna funeraria metallica rinvenuta quasi per caso, contenente le ceneri di una donna di nome Rosalie. Questa scoperta apre un dialogo sul passaggio, sulla memoria e sulle tracce che restano nel DNA e nella storia personale.
L’eredità genetica e il volto cancellato: memoria e identità
Un filo che attraversa “Low Tide” è il tema dell’eredità, non solo familiare ma anche biologica. Rapicavoli affronta questo aspetto con la consapevolezza di portare la mutazione genetica BRCA2, ereditata da sua madre e legata al rischio di alcuni tumori. Tra le opere spicca una foto della madre, scattata nel 1965, che l’artista ha modificato cancellandone il volto.
Questo gesto trasforma l’immagine personale in un simbolo universale, capace di raccontare un’eredità invisibile ma impressa nel corpo. Il gioco tra ciò che si mostra e ciò che si nasconde invita chi guarda a riflettere sul peso della memoria biologica e sulle passioni che attraversano le generazioni.
Vulnerabilità e impegno: una mostra contro il silenzio sulla malattia
“Low Tide” va oltre l’esperienza personale. Rapicavoli sceglie di condividere un percorso intimo, spesso definito “scomodo”. La mostra diventa così anche un atto politico, un modo per opporsi alla tendenza di nascondere o addolcire i temi legati alla malattia, alla fragilità e alla cura nel mondo dell’arte. Critica apertamente l’attrazione del sistema artistico per il glamour e lo spettacolo, che spesso escludono ogni traccia di vulnerabilità.
Maria Domenica sostiene che riconoscere e mostrare i momenti difficili della vita è una necessità vera, un gesto di resistenza. La sua arte, spontanea e fisica, recupera così un valore profondo e autentico, liberandosi dalle pressioni del mercato e delle aspettative.
“Low Tide” invita a guardare la malattia non come una fine, ma come parte di un flusso che coinvolge corpo, mente, natura e cultura. Racconta corpi che resistono, segni invisibili che si trasmettono, piccoli e grandi ritorni alla vita vissuti sulla riva del mare.
