Le strade di Napoli, deserte e silenziose, sembrano sospese in un tempo senza respiro. Non è il caos o il frastuono a parlare, ma il vuoto: piazze vuote, edifici immobili, oggetti abbandonati al loro destino. Mimmo Jodice, nato a Napoli nel 1934 e scomparso nel 2025, ha catturato proprio questa atmosfera rarefatta, trasformando ogni scatto in una memoria palpabile. Le sue fotografie non raccontano storie convenzionali; scavano nel dettaglio nascosto, rivelano ciò che spesso sfugge allo sguardo distratto. Ora, a Milano, la Galleria Vistamare espone questa visione unica. Qui il vuoto non è assenza, ma presenza vibrante: un invito a guardare Napoli con occhi nuovi, a leggere il tempo che scorre tra le ombre e le pietre, a sentire la vita che ancora pulsa in quegli spazi apparentemente deserti.
Il vuoto come fulcro nelle fotografie di Mimmo Jodice
Il vuoto è il cuore del linguaggio di Jodice. Le sue immagini cancellano o riducono quasi a zero la presenza umana per mettere in risalto l’ambiente, le architetture, gli oggetti. Invita a uno sguardo lento, quasi meditativo. Le strade senza passanti diventano racconti di usura, silenzio e storie non dette. I muri, le superfici, le strutture sembrano catturate in un istante sospeso nel tempo.
Tutto questo emerge nella mostra “IMMAGINI DEL VUOTO: dalla camera oscura alla camera chiara”, curata da Andrea Viliani con Linda Fregni Nagler e Armin Linke, in collaborazione con l’Archivio Mimmo Jodice. Allestita a Vistamare Milano nel 2026, la rassegna ripercorre le sperimentazioni degli anni Sessanta e Settanta, le celebri Vedute di Napoli del 1980, la serie Eden del 1995 e materiali inediti. Il percorso fotografico di Jodice, dalla camera oscura alla camera chiara, racconta una doppia trasformazione: l’immagine si stacca dal soggetto originale e prende vita propria.
Eliminare il superfluo è la sua poetica: la figura umana si fa da parte, mentre ciò che resta porta chi guarda a riflettere sulla memoria degli spazi e sul senso della permanenza. Ciò che di solito sta sullo sfondo diventa protagonista. Il vuoto si trasforma in un luogo liberato, un invito a cogliere la durata del materiale urbano e le tracce del tempo impresse nei luoghi.
Napoli senza gente: una città che parla di spazi e memorie
Tra tutte le sue serie, le “Vedute di Napoli” sono un punto di svolta. La città perde la sua folla, la sua confusione, per diventare un insieme di luoghi, superfici e angoli. Le immagini cancellano volti e movimenti, restituendo una Napoli quasi “orfana” dei suoi abitanti, che si rivela attraverso le sue tracce e le sue architetture.
Tra le foto più famose ci sono quelle degli schermi pubblicitari vuoti, senza messaggi, che dominano una scena urbana silenziosa. La loro funzione comunicativa sparisce, ma restano lì, simboli visivi e metaforici. Questi scatti raccontano la città e al tempo stesso i suoi abitanti, attraverso l’ambiente che hanno lasciato.
Il critico Michele Smargiassi ha definito le città di Jodice “raccolte di oggetti orfani”. È un’immagine efficace: l’assenza dell’uomo permette allo spazio di trattenere la sua presenza in modo diverso, quasi tangibile. La fotografia diventa così ritratto del luogo e della memoria collettiva. Una strada può avere la forza di un volto, un edificio diventa deposito di tempo, un vuoto si fa racconto di comunità.
Tra Piranesi e Morandi: lo spazio e il tempo nella visione di Jodice
Il lavoro di Jodice si inserisce in una lunga tradizione che indaga il rapporto tra spazio, tempo e materia. Il confronto con Giovanni Battista Piranesi e Giorgio Morandi aiuta a capire le radici del suo sguardo. Piranesi, con le sue Carceri d’invenzione, usa l’architettura come macchina per dilatare lo spazio, trasformandolo in un luogo mentale senza punti fermi. Questo senso di spaesamento si ritrova nelle foto di Jodice, dove la città si muove in una dimensione fluida e in continua trasformazione.
Morandi, invece, si concentra sugli oggetti: bottiglie, vasi, scatole isolate, rese quasi eterne nella loro immobilità e nelle variazioni di colore o posizione. Jodice fonde queste due direzioni: l’architettura diventa deposito di storia, l’oggetto superficie del tempo.
Lo si vede bene nella serie Eden , dove elementi organici e materiali vengono staccati dal loro uso quotidiano per diventare nature morte. Qui si intrecciano richiami alla tradizione barocca napoletana: la materia fotografata custodisce il suo destino, combinando vita, decomposizione e memoria. Le immagini mostrano così la doppia natura dell’oggetto: solido eppure fragile, permanente eppure precario.
La fotografia come processo e durata nel lavoro di Jodice
La ricerca di Jodice va oltre il semplice scatto. La sua fotografia è un processo che parte dall’immagine catturata e si sviluppa attraverso stampa, esposizione e conservazione. Ogni passaggio cambia il rapporto tra foto e realtà. La “camera oscura” rappresenta il luogo materiale dove si lavora l’immagine, mentre la “camera chiara” è il momento in cui l’immagine torna visibile e autonoma.
Questa doppia fase mette in luce la complessità del tempo dentro la fotografia: si fissa un attimo che non c’è più, ma al tempo stesso lo si prolunga nel presente. La mostra milanese prende proprio il titolo da questa dinamica, sottolineando come le fotografie non siano solo ricordi fermi, ma entità vive che cambiano significato passando attraverso il tempo e le diverse esposizioni.
L’archivio di Jodice: memoria che supera il tempo
L’archivio personale di Jodice gioca un ruolo chiave in questa idea di durata. Custodire le immagini non significa solo conservarle, ma creare nuovi legami tra epoche e momenti diversi. La mostra mette in dialogo opere famose e fotografie inedite, sovvertendo l’ordine cronologico.
Questo procedimento richiama il concetto di Nachleben, coniato da Aby Warburg, che indica come le forme artistiche sopravvivano e si trasformino al di là del loro contesto originale. Un’immagine mantiene la sua origine, ma guadagna sempre nuovi significati a ogni nuova lettura. Così l’archivio diventa un luogo vivo, che alimenta la vitalità dell’opera di Jodice nel presente.
La lettera mai inviata: il vuoto che dialoga con chi guarda
Al centro della mostra c’è un documento speciale: una lettera scritta da Jodice, mai spedita, indirizzata a un destinatario immaginario. Questo testo apre una dimensione temporale che attraversa tutta la rassegna, affidando la parola a un assente e allo stesso tempo a chi visita oggi.
La lettera crea un’apertura, facendo di ogni spettatore un protagonista della narrazione. Il vuoto diventa così figura della visione stessa: senza un destinatario preciso, la parola si moltiplica, si rinnova con ogni incontro con la fotografia. Dopo la scomparsa dell’artista, questo dettaglio assume un significato ancora più forte, tessendo un ponte tra memoria personale e storia collettiva.
La mostra a Milano e il valore attuale della poetica di Jodice
“IMMAGINI DEL VUOTO: dalla camera oscura alla camera chiara” a Vistamare Milano resta aperta fino al 14 novembre 2026. Una rassegna che mette a fuoco un percorso ancora molto attuale in un mondo sovraccarico di immagini.
Jodice lavora per sottrazione, selezione, riducendo il superfluo per far emergere la forza delle immagini. Il vuoto nelle sue fotografie non è mai passivo, ma spazio di durata, memoria e materia viva. L’arte diventa così un’esperienza in cui la presenza umana è momentanea, e l’immagine è il luogo dove quella presenza si fissa, sopravvive e si interroga.
Per Jodice il vuoto non è assenza, ma apertura: tra ciò che c’è e ciò che resta nel tempo si spalanca uno spazio “da camera oscura a camera chiara”, dove ogni immagine racconta storie senza parole e ogni silenzio è pieno di vita.
