
A Venezia, il 2026 si apre con una ventata di mondi lontani e intrecci inattesi. Palazzo Grassi e Punta della Dogana si trasformano in un crocevia di storie che attraversano continenti: dall’America agli angoli più nascosti dell’Africa, dall’India vibrante al Brasile pulsante. Quattro mostre, quattro voci potenti. Qui, le opere non sono semplici decorazioni. Sono specchi rotti che riflettono le tensioni, le contraddizioni del nostro tempo. Ogni artista ha scelto di raccontare senza filtri, usando linguaggi spesso sperimentali, scavando a fondo nei temi sociali e culturali che ci circondano.
Michael Armitage a Palazzo Grassi: la pittura che racconta l’Africa senza filtri
Michael Armitage arriva a Palazzo Grassi con una mostra che non concede sconti. Nato a Nairobi nel 1984, il pittore kenyota espone 45 dipinti distribuiti sui diversi piani del palazzo affacciato sul Canal Grande. I suoi quadri esplodono di colori intensi, mettendo a nudo le complessità dell’Africa orientale di oggi. Al centro delle sue storie ci sono migranti che sfidano i mari pericolosi, repressioni violente legate alle elezioni del 2017, e la lotta per l’autodeterminazione femminile. Ma non manca uno sguardo sulla vita quotidiana, raccontata in scene che oscillano tra reale e digitale.
Armitage non si limita a dipingere un mondo in crisi: rilegge la tradizione pittorica occidentale e la trasforma. Il suo #mydressmychoice richiama alla mente le Veneri del Rinascimento o le statue classiche, mentre altri lavori rimandano a Goya. A sorprendere è la scelta del supporto: invece della tela, Armitage utilizza il lubugo, un tessuto di corteccia usato nei riti funebri in Uganda. Questo materiale, con le sue imperfezioni, impone una pittura che non domina il supporto ma dialoga con la sua storia. La mostra – intitolata The Promise of Change e curata da Jean-Marie Gallais insieme a Hans Ulrich Obrist e Michelle Mlati – si arricchisce di oltre cento disegni preparatori, offrendo uno sguardo ravvicinato sul processo creativo dell’artista.
Amar Kanwar, poesia e protesta in video
Nel cuore di Palazzo Grassi, Amar Kanwar, artista e filmmaker nato nel 1964 a Nuova Delhi, presenta due installazioni intense e raccolte. Curate da Jean-Marie Gallais e ospitate al piano superiore, le sue opere parlano di resistenza e riflessione. The Torn First Pages è una serie di retroproiezioni su carta che racconta la lotta per la democrazia in Birmania. Il titolo si ispira a un gesto simbolico di dissenso: un libraio che strappava le prime pagine dei libri stampate con il manifesto militare.
Più coinvolgente è The Peacock’s Graveyard , cinque brevi parabole visive che seguono personaggi emblematici: un sacerdote, un boia, un proprietario di case, un presidente e due amici. La narrazione multicanale si fonde con la musica dal vivo di un raga indiano suonato dal pianista Utsav Lal, creando un’atmosfera rarefatta. Qui la morte, quasi sempre violenta e mai casuale, è il filo rosso. Kanwar usa la poesia per scavare nel potere, nella crudeltà, nelle ingiustizie sociali, trasformando l’estetica in strumento di emozione e riflessione profonda.
Lorna Simpson a Punta della Dogana: il collage tra identità e memoria
A Punta della Dogana, la fotografa e pittrice afroamericana Lorna Simpson offre una riflessione sui limiti e le potenzialità del collage. Nata a Brooklyn nel 1960, Simpson mescola diversi linguaggi, dalla fotografia sperimentale a opere pittoriche e scultoree. Il collage diventa una tecnica fluida, che non si limita alle immagini ma si estende a materiali come acrilico, bronzo, vetro e carta stampata.
Il cuore della mostra sono le opere più datate, drammatiche immagini in bianco e nero che raccontano rivolta e repressione, come Then&Now e Three Figures . L’artista mette al centro la frammentazione e la ricostruzione dell’identità, esplorando temi di memoria e corpo nero con forza. Pur con qualche opera pittorica meno incisiva, il percorso resta potente, un filo che unisce diverse forme espressive per raccontare storie individuali e collettive.
Paulo Nazareth a Punta della Dogana: camminate, riti e denuncia sociale
Al secondo piano di Punta della Dogana si trova la mostra più intensa della rassegna. Paulo Nazareth, nato in Brasile nel 1977, porta un’arte in cammino, che nasce dall’attraversamento fisico e critico dei luoghi. Ha deciso di non mettere piede in Europa finché non avesse percorso tutta l’Africa seguendo le vie pre-coloniali. La sua presenza fisica manca, ma la sua voce riempie gli spazi.
Algebra ricuce le ferite lasciate dal colonialismo e dal razzismo. La mostra è attraversata da una scia di sale grosso che traccia la forma di un tumbeiro, la nave usata nella tratta degli schiavi. Questo elemento rituale evoca la mercificazione e il capitalismo, un ponte tra passato e presente. Nazareth imprigiona oggetti carichi di immaginario schiavista in blocchi di resina e si autoritrae con cartelli “in vendita” accanto a oggetti esotici, denunciando come l’identità venga mercificata anche nell’arte contemporanea.
Un mosaico di voci per raccontare il presente
La Pinault Collection a Venezia 2026 si presenta con un impegno chiaro: raccontare il mondo attraverso artisti che parlano di lotte, memoria e speranza. Le mostre, divise tra due sedi, mostrano una scelta attenta di linguaggi e temi, attraversando pittura, video, fotografia e installazioni.
Da Nairobi a New Delhi, da Brooklyn a Governador Valadares, le opere parlano di viaggi, memoria, ribellione e poesia. C’è spazio per il collettivo e per l’intimo, mentre il peso della storia si trasforma in energia visiva. Venezia diventa così un palcoscenico dove si accende un confronto necessario, un luogo dove guardare dentro l’umano e la società.
