Nel cuore di Milano, alla Fondazione Elpis, si svela un mondo che di solito resta invisibile: i gesti silenziosi che muovono magazzini e mercati all’ingrosso. Mani che sollevano casse colme di frutta e verdura, braccia che ripetono movimenti con una precisione quasi meccanica, dita che segnano il ritmo di un lavoro nascosto. È un contrasto netto: davanti ai nostri occhi solo merci ordinate, ma dietro c’è la fatica, la routine, il corpo che sostiene l’intero ingranaggio. Smooth Operator, la mostra di Villiam Miklos Andersen, cattura proprio questa tensione, restituendo valore a ciò che spesso ignoriamo.
Al cuore della mostra ci sono opere realizzate con una tecnica speciale: gli intarsi in legno di Mysore. Andersen ha incontrato artigiani indiani durante i suoi viaggi in Asia, affidando loro la creazione di pezzi che richiedono fino a un mese di lavoro ciascuno. Questi intarsi riproducono mani impegnate in gesti quotidiani: sollevare scatole, digitare su calcolatrici, impilare cassette di frutta e verdura. Le immagini sono incorniciate in strutture che ricordano cassette, con adesivi “fragile”, codici a barre e legni assemblati come pallet. Il risultato è un effetto paradossale e potente: da un lato il movimento rapido e continuo delle azioni rappresentate, dall’altro la lentezza e la precisione dell’artigianato che le ricrea, che mettono in risalto il peso reale e simbolico di questi gesti. Questa tensione crea un cortocircuito che colpisce dritto all’esperienza materiale del corpo.
La mostra si articola su tre livelli, ognuno con un modo diverso di coinvolgere chi visita. Gabriele Tosi, il curatore, spiega: “La mostra è pensata per mettere il pubblico in situazioni di prossimità diverse.” Nel seminterrato si entra in un ambiente sensoriale e immersivo: luci, suoni, odori e materiali richiamano l’atmosfera del lavoro e la sua fisicità. Al piano terra il rapporto tra corpo, logistica e infrastrutture si fa riflessione politica e geografica, mettendo in luce il ruolo concreto e sociale di queste attività. Al piano superiore, invece, l’esposizione assume un carattere più documentale e spaziale: qui convivono oggetti legati al comfort e al lavoro, mostrando come intimità, servizio e organizzazione sociale si intreccino negli spazi in cui viviamo e lavoriamo. Tre livelli distinti ma legati tra loro, che spostano lo sguardo dal dettaglio al quadro più ampio, invitandoci a vedere il lavoro come parte della nostra esperienza collettiva.
Tra gli elementi ricorrenti c’è il pallet di legno, che al piano superiore si trasforma in una versione sorprendentemente delicata, fatta di vetro e chiamata Consignment N° 28 . Mezzato rispetto alle dimensioni originali, smette di essere un semplice contenitore per diventare un oggetto unico, sospeso come un’opera d’arte. Le fotografie dell’artista ripetute sulla struttura evocano la duplicazione e la ripetizione tipiche del sistema produttivo, ma il poligrafo disegnato è solo un trucco, mentre i graffi reali sulla superficie richiamano la concretezza e l’usura vera. Quest’opera fa riflettere sulle tensioni tra ripetizione e unicità, tra immagine e realtà, giocando con il materiale per aprire a molte interpretazioni.
Altre opere seguono questa linea di gioco attento con materiali e standardizzazione. Una gabbia per trasporto aereo di un cane, trovata per caso, ha una controparte in vetro olografico, ornata da catenine e lucchetti trasparenti. Un prototipo di cabina si presenta in diverse versioni: da bagno chimico a micro-ufficio, fino a spazio privato per isolarsi. Questi materiali diversi suggeriscono molteplici usi possibili, sfidando la tendenza del sistema produttivo a uniformare tutto. Andersen dà nuova vita agli oggetti che ci circondano, risveglia i sensi e offre prospettive inedite.
L’opera più grande e imponente si trova all’esterno della Fondazione Elpis. È Verkstadskarra 3 – Angenhet, un veicolo militare svedese della Guerra Fredda, già trasformato in sauna prima di essere restituito all’artista. Il passaggio da strumento bellico a luogo di incontro è emblematico. In Svezia la sauna è parte della vita quotidiana, un posto per socializzare e rilassarsi; in Italia invece assume connotazioni più intime e quasi sensuali. Il veicolo ha anche percorso l’Europa, raccontato in un video che mostra la fatica del viaggio, l’attesa e i momenti di incontro con chi si è incontrato lungo la strada. Verkstadskarra 3 incarna così tutte le contraddizioni e le sfumature della mostra: lavoro, relax, solitudine e socialità convivono in una struttura che mette alla prova la nostra idea di spazio e di uso degli oggetti.
Con Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen traccia un percorso che attraversa i momenti chiave della nostra vita: il lavoro spesso invisibile nei magazzini, il relax collettivo o privato nelle saune, la solitudine davanti allo specchio. Questa trama, a prima vista complessa, l’artista la rende chiara usando proprio le dinamiche che vuole mettere in discussione: moltiplicare forme, distrarre lo sguardo, impreziosire materiali con colori vivaci e finiture curate. Così emergono insieme lavoro nascosto, fatica quotidiana e socialità ritrovata, in un equilibrio delicato. La mostra resta aperta fino al 14 giugno 2026, lasciando aperte molte domande da esplorare.
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