A Venezia, nel cuore pulsante della 61ª Biennale Arte 2026, il Padiglione Tanzania ospita una proposta fuori dal comune. Angelo Orazio Pregoni, artista genovese classe 1970, porta in scena “Ujamaa Express”, un dialogo insolito tra pittura e profumi. Qui, icone occidentali si incrociano con figure chiave della storia tanzaniana, creando un ponte tra mondi lontani. Le opere non colpiscono con immediatezza, né cercano la facile ammirazione: chiedono tempo, attenzione, uno sguardo che vada oltre la superficie. È una sfida a rivedere la memoria condivisa, a mettere in discussione i pregiudizi culturali, e ad ascoltare storie che troppo spesso restano inascoltate.
Volti noti e storie tanzaniane: uno sguardo che smuove
“Ujamaa Express” nasce dall’idea di far dialogare volti familiari come Van Gogh, Mozart o Maria Callas con personaggi fondamentali della cultura swahili: Julius Nyerere, Said Mohamed Cheikh, Bi Kidude, Siti Binti Saad. Questi ultimi non sono semplici comparse, ma portano con sé storie che in Europa si conoscono appena. Pregoni crea così un gioco di sguardi che ribalta le aspettative: davanti ai dipinti, lo spettatore si trova a incontrare il familiare e l’ignoto nello stesso momento. È uno choc intellettuale che costringe a riconoscere la propria ignoranza su un continente ricco e complesso.
L’artista spiega che il suo lavoro vuole spingere a guardare quella storia con occhi nuovi, lontani dagli stereotipi, per cogliere una realtà politica e culturale vibrante e sfaccettata. Non è un semplice esercizio estetico, ma una sfida a superare la percezione superficiale. La pittura colpisce a prima vista, poi apre la strada a un’indagine più profonda. Così il ritratto di Van Gogh diventa il punto di partenza per scoprire Julius Nyerere e per allargare lo sguardo verso un discorso più ampio.
Tra ordine e caos: la pittura come esperienza viva
Pregoni racconta che per lui dipingere è un gesto intenso e fisico, lontano dall’automatismo. Pur partendo da un’idea precisa, il quadro prende vita da sé durante il lavoro. Tela, colori e tempo si intrecciano in un rapporto diretto, quasi tattile. Quando la pittura sfugge al controllo, l’artista si lascia guidare fino a un apparente disordine. È la vitalità stessa del mezzo che si manifesta: l’opera finita prende una strada autonoma, andando oltre la volontà iniziale.
Questa tensione tra progetto e imprevisto dà alle immagini un’energia emotiva forte e fa capire che il senso non è mai fisso o chiuso. I dipinti diventano così spazi aperti, capaci di attivare un dialogo personale con chi li guarda. Ogni figura si carica di significati diversi, mantenendo intatta la complessità che fa della pittura un linguaggio potente e affascinante.
Profumi come memoria: l’olfatto entra in scena
Accanto ai quadri, Pregoni presenta anche una serie di profumi, gli O’toteman Perfume, parte integrante di “Ujamaa Express”. Qui il profumo diventa un veicolo potente per evocare ricordi e aprire un canale sensoriale diretto con chi visita. Non si tratta di fragranze di moda o di consumo, ma di creazioni che puntano a esplorare l’olfatto come forma d’arte antica, legata a rituali e tradizioni.
La ricerca si è spinta fino al design degli oggetti, realizzati con stampa 3D per un equilibrio tra elementi pop, eleganti e quasi rituali. Le fragranze stesse sono complesse e insolite: un mix di note fruttate, floreali, resinose, a volte sorprendenti, che oscillano tra profumeria industriale e aromi primitivi, naturali. L’esperienza olfattiva si lega così a una dimensione umana profonda, lontana da automatismi tecnologici, valorizzando il lavoro artigianale e imperfetto. Il risultato è un progetto che, oltre al visivo, abbraccia emozioni e memoria.
Identità e rispetto: il confine sottile dell’incontro culturale
Pregoni è consapevole del peso politico e delle ambiguità del suo lavoro. Sa che un progetto simile rischia di essere visto come appropriazione culturale. Inizialmente questa preoccupazione c’è stata, ma l’artista ha scelto una strada chiara: non cerca di imitare o sostituire la cultura swahili, né di nascondere le proprie radici europee. Usa il suo background come punto di partenza per un confronto rispettoso e trasparente con la cultura tanzaniana.
Da qui nasce una riflessione importante sulle differenze tra inclusione e omologazione. “Ujamaa”, termine che dà il nome al progetto, significa proprio questo: non cancellare le diversità, ma metterle in dialogo, valorizzandole. Il rapporto che si costruisce è onesto, fatto di frizioni e tensioni, non di assimilazione o compromessi facili.
Oltre la provocazione: un’arte che vuole farsi ascoltare
Pregoni esprime una certa stanchezza per l’arte contemporanea che punta tutto sullo shock immediato, su opere costruite per attirare l’attenzione in modo rapido ma spesso superficiale. Lui preferisce un linguaggio più misurato, lento, umano, che invita a un coinvolgimento vero e meditato. Contro la “provocazione automatica” propone un abbassamento del volume, per ritrovare un’arte più intima e meno aggressiva.
Nel suo discorso emerge anche il rapporto con l’intelligenza artificiale. Non la esclude come strumento, anzi riconosce che può offrire nuove possibilità se usata con criterio. Ma avverte del rischio di perdere il contatto con la sensibilità umana: l’IA può dare risposte rapide, ma manca dell’esperienza corporea e della memoria emotiva che rendono viva l’arte. Difendere il dubbio, l’opinione personale, la sensibilità è per lui fondamentale perché l’arte resti un’esperienza di vita, non un semplice artificio.
Fino al 22 novembre 2026, la Biennale di Venezia ospita così un progetto che intreccia pittura, olfatto e identità culturali, offrendo uno spazio critico dove riflettere su storie nuove e interrogarsi sul presente e sul futuro delle comunità e dell’arte.
