Un taglio preciso, ma senza lama. Atene, luglio 2024: “Butchers” sale sul palco trasformando il gesto del macellaio in danza pura. Niente coltelli affilati, nessuna carne che si squarcia. Solo mani che muovono il corpo con la memoria di un’arte antica, ripetuta per secoli. Il pubblico osserva una coreografia fatta di ritmo e silenzio, dove la violenza scompare e resta solo la forza del movimento. Un rito senza sangue, che lega passato e presente, raccontando storie custodite nel gesto, ora reinventate in un linguaggio nuovo.
“Hasapiko” in greco vuol dire “danza dei macellai”, ma oggi viene vista soprattutto come folklore popolare. Dietro, però, c’è una storia antica che affonda le radici nelle corporazioni di macellai di Costantinopoli e in rituali della Grecia di un tempo, dove il gesto del taglio aveva un valore sacro e collettivo. Gloria Dorliguzzo, coreografa milanese nata nel 1984, ha esplorato questo mondo con uno sguardo che unisce danza contemporanea, filologia e antropologia. Il suo lavoro punta a isolare il gesto primordiale, togliendo ogni elemento materiale come coltelli, carne o sangue, per mostrare la struttura del movimento e il suo ritmo interno. Così un’azione quotidiana e pratica diventa un atto astratto, quasi spirituale, che richiama una memoria antica che vive nel corpo, anche quando non la riconosciamo.
La sfida di Dorliguzzo è lavorare sul gesto come unità autonoma di significato, una sequenza ripetuta che diventa rituale e forma. Il gesto perde la sua funzione ma mantiene peso, equilibrio, fluidità e una tensione che crea un ritmo perfetto. È come se la danza si legasse alle antiche pratiche senza nominarle, lasciando emergere una qualità visiva e corporea pura. Così lo spettatore assiste a una narrazione senza parole, dove la tradizione passa attraverso un movimento rinnovato e svestito dalla sua funzione originaria, ma carico di storia.
Un tassello importante del progetto è stato il confronto con Lucia Amara, teorica del teatro bolognese, che ha allargato lo sguardo inserendo riferimenti culturali e accademici. L’ispirazione parte da uno studio di Jesper Svenbro, filologo svedese che ha interpretato il “taglio” come metafora tecnica e rituale che attraversa sia il sacrificio che la poesia. Per Svenbro, nell’antica Grecia il taglio non era solo un atto pratico, ma un gesto legato al ritmo, al verso e alla struttura della poesia, creando un legame tra movimento fisico e metrica.
Amara spiega come questa idea di organismo e forma abbia guidato la coreografia: la danza diventa una metrica del corpo, una scansione che si lega a un rito antico e al sacrificio. Il passaggio dal corpo dell’animale a quello del testo poetico non è solo simbolico, ma mostra come la parola possa sostituire il sacrificio materiale, mantenendo viva l’eco di quel gesto. Sul palco, questo si traduce in un’esperienza estetica e sensoriale che lascia da parte la crudeltà materiale, puntando invece a una trasposizione simbolica e poetica del movimento.
La performance, andata in scena all’Athens Epidaurus Festival il 12 e 13 luglio 2024, ha avuto un elemento sorprendente: la presenza di macellai professionisti. Questi esperti delle sezioni della carne sono stati chiamati, insieme a una danzatrice specializzata nell’hasapiko tradizionale, a riattivare i movimenti millenari di questa danza, che richiamano le tecniche del mestiere. Coinvolgere i macellai non è stata una scelta solo estetica, ma un modo per garantire che i gesti fossero autentici, fedeli alla pratica storica e radicati in una memoria corporea continua.
Dorliguzzo racconta che il gesto del taglio, anche senza coltello, mantiene precisione e sequenza immutate nel tempo. Lo spettacolo mostra così una continuità che va oltre le condizioni originarie: non più rito sacrificale o macellazione santa, ma trasmissione corporea e performativa. Si mette in luce la forza della memoria incarnata nelle mani e nei corpi di chi ancora conosce quei movimenti per mestiere. Per il pubblico si apre uno spettacolo dove cultura materiale e patrimonio immateriale trovano un nuovo equilibrio, sospeso tra storia e presente.
In “Butchers” trova spazio anche la parola poetica, che sostituisce senza cancellare il gesto materiale del sacrificio. Lucia Amara ha inserito una lectio ispirata a un racconto del poeta Pindaro, che narra di aver offerto al santuario di Delfi non carne, ma un “peana”, una poesia di vittoria. Questa scelta sposta l’attenzione sul rito come esperienza estetica, capace di evocare l’atto originario attraverso il linguaggio e la scansione poetica. La scena si arricchisce così di un ulteriore livello, senza bisogno di simboli materiali, affidandosi a ritmo e parola come strumenti di memoria e sostituzione.
La trasformazione del gesto sacrificale in parola mette in luce una parabola culturale antichissima, ben presente nella cultura occidentale, che passa dal corpo dell’animale a quello del testo. Questa evoluzione ha permesso ai rituali di sopravvivere in forme indirette, come il cibo ritualizzato sostituito da elementi vegetali o, più avanti, dall’ostia nella tradizione cristiana. Sul palco la poesia diventa il “corpo” della scena, mantenendo la ritualità senza violenza e offrendo al pubblico uno spazio di partecipazione intensa e meditativa.
Chi assiste a “Butchers” vive un’esperienza lenta e coinvolgente, fatta di dettagli sottili. All’inizio la danza si mostra come gesto isolato: movimenti semplici e precisi che invitano lo spettatore a cercare legami tra forme e intenzioni. Il senso non è immediato, ma si svela poco a poco, trascinando chi guarda in un flusso di ritmo e sequenza che va oltre la semplice interpretazione razionale.
La percezione si sposta su un piano più intuitivo e emotivo, dove il gesto diventa esperienza che si collega all’inconscio, una specie di “fantasma” che unisce memoria, rito e immaginazione. Questa sospensione tra realtà e astrazione permette una partecipazione senza distacco critico, un abbandono al ritmo e all’atmosfera creata dalla coreografia, dove il sacro, o almeno la sua eco, torna a farsi sentire nonostante l’assenza del materiale originario.
In definitiva, “Butchers” è una passeggiata tra segni antichi e presenza viva, un momento in cui il linguaggio del corpo diventa portavoce di un patrimonio culturale profondo, ancora pulsante sulle tavole degli antichi macellai, oggi reinventato in un teatro internazionale come quello di Atene.
Il talento non basta, serve anche il terreno giusto dove farlo crescere. Sara Sozzani Maino…
“Il mare qui è una tavola cristallina, la sabbia sembra un manto di zucchero.” Cala…
«Non posso fermare i miei pensieri», ha detto una volta Yayoi Kusama, parlando della sua…
A Busan, mentre si riuniva il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, è arrivata una notizia…
Nel 1824, Torino apriva le porte al mondo al suo Museo Egizio, il primo museo…
L’Arena cittadina, ieri sera, si è trasformata in un mare umano di oltre duemila persone.…