Nel 1968, il terremoto del Belice cancellò Gibellina dalle mappe, riducendo la città a un cumulo di macerie. Oggi, quel trauma è diventato il punto di partenza di una trasformazione unica. Gibellina non si è limitata a ricostruire le sue case, ma ha scelto l’arte come arma di rinascita. Le sue strade e piazze, risorte dalle ceneri, raccontano storie di memoria e futuro intrecciate. Nel 2026, questa vocazione si fa ancora più forte grazie a un’opera monumentale di Pietro Fortuna, le cui sculture in acciaio dialogano con il paesaggio, dando forma a un racconto che unisce passato e presente.
Il terremoto del Belice, nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, distrusse quasi del tutto Gibellina e i paesi vicini. La portata del disastro richiese un intervento senza precedenti, che andò ben oltre la semplice ricostruzione delle case e delle piazze. Sotto la guida illuminata del sindaco Ludovico Corrao, la città scelse una strada nuova e coraggiosa: affidare all’arte contemporanea il compito di raccontare la rinascita. Così nacquero grandi installazioni monumentali, opere d’arte integrate nel tessuto urbano, che trasformarono Gibellina in un museo a cielo aperto.
Tra le opere più iconiche spiccano il “Cretto” di Alberto Burri, una colata di cemento che copre l’antica Gibellina Vecchia mantenendone però le tracce, e “La Porta del Belice” di Pietro Consagra, simbolo di un passaggio verso un nuovo tempo. Questa scelta non solo ha preservato la memoria, ma ha acceso i riflettori internazionali su un territorio che rischiava di scomparire. L’arte pubblica è diventata così uno strumento di rinascita sociale e identitaria, facendo di Gibellina un laboratorio di sperimentazione artistica.
Nel 2026 Gibellina ha raggiunto un obiettivo storico, diventando la prima Capitale italiana dell’Arte Contemporanea. Un riconoscimento che riporta la città sotto i riflettori, nazionali e internazionali, e celebra la sua vocazione culturale, frutto di un percorso iniziato oltre cinquant’anni fa. Non è solo una festa per gli addetti ai lavori, ma un momento che coinvolge tutta la comunità.
In questi mesi, la città ospita mostre e interventi che ripercorrono quell’eredità, come un filo rosso che unisce passato e futuro. Curato da Andrea Cusumano, direttore artistico del programma, il calendario propone progetti intensi e coinvolgenti, destinati non solo ai residenti ma anche ai visitatori. Tra questi, spicca l’intervento monumentale di Pietro Fortuna, artista dalle radici culturali e geografiche diverse, che ha scelto Gibellina come teatro principale per la sua nuova opera.
Pietro Fortuna, nato a Padova nel 1950, ha costruito la sua carriera muovendosi tra architettura, filosofia e arte contemporanea. Un mix di competenze che ha segnato profondamente il suo modo di lavorare. Da giovane ha collaborato con alcuni dei teatri più importanti d’Italia – San Carlo di Napoli, La Scala di Milano, La Fenice di Venezia – dove ha affinato la sua sensibilità per lo spazio e il lavoro tridimensionale, elementi che caratterizzano le sue sculture.
Nel tempo ha partecipato a mostre e Biennali di rilievo internazionale, come quella di San Paolo. Fortuna è anche un promotore culturale: ha fondato progetti multidisciplinari come Opera Paese, che cercano di contaminare le arti e creare un dialogo con il territorio. Le sue opere oscillano spesso tra anarchia e umanesimo, rifiutando le regole e puntando a un realismo intenso.
Da anni collabora con Operanova a Villanova, un ex maglificio trasformato in un centro di ricerca artistica e culturale tra il Lago di Bolsena e Orvieto. Qui sviluppa il suo lavoro, che intreccia formazione, archiviazione e nuove esposizioni.
“Folds” è un insieme di cinque sculture in acciaio, scelte personalmente da Fortuna, che si confrontano con la natura e il contesto urbano. Collocate davanti alla Chiesa Madre di Gibellina, si stagliano come nuovi monoliti nel paesaggio, custodi silenziosi di memoria e tempo, che si fondono con la vita della città.
L’opera rompe con l’idea romantica dell’arte come racconto o illusione. Fortuna la definisce una testimonianza senza enfasi, un realismo che supera le parole e i linguaggi convenzionali per mostrarsi nella “gloria dell’inessenziale”. Per lui, l’arte ha il potere di fermare lo sguardo, trasformando l’osservazione in una vera cerimonia, un momento in cui confrontarsi con la realtà della vita.
“Folds” si inserisce nel dialogo con le grandi opere di Riccardo Quaroni e il “Sistema delle piazze” di Gibellina, segnando un passaggio generazionale nell’eredità artistica della città. Un ponte tra passato e futuro, che conferma il ruolo di Gibellina come laboratorio di rinnovamento culturale.
Al centro di “Folds” c’è una riflessione sul modo in cui l’uomo si rapporta al mondo. Fortuna parla di uno “sguardo tremante”, che rappresenta la nostra incapacità di afferrare e dominare il reale. Critica chi vuole catalogare tutto, riducendo la complessità della realtà a semplice informazione.
Questa smania di sapere, secondo l’artista, ci allontana da ciò che osserviamo, mentre invece siamo parte del ciclo della vita. L’opera invita ad accettare la natura transitoria e indifferente delle cose, abbandonando la ricerca ossessiva dell’essere. Fortuna richiama anche Meister Eckhart, teologo che sosteneva come le creature non esistano “per noi”, ma come manifestazioni autonome, fuori dal nostro controllo.
Il “tremore” di cui parla racconta questo fragile dialogo tra uomo e realtà, un’oscillazione continua che rende tutto sfuggente e incontrollabile. Da qui nasce un senso intimo e malinconico, che permea l’opera di emozione e significato.
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