Ogni due anni, Venezia si trasforma in un caleidoscopio di forme e colori, dove l’arte prende vita tra Giardini e Arsenale. La Biennale attira frotte di visitatori: artisti, critici, appassionati da ogni angolo del mondo. Eppure, tra installazioni maestose e padiglioni che raccontano storie, c’è un protagonista silenzioso, spesso ignorato: il catalogo generale della mostra centrale. Nei bookshop, quei volumi spessi si accumulano, pronti a svelare i segreti delle opere esposte. Col tempo, spariscono: venduti, strappati, custoditi come un piccolo tesoro. Ma quel catalogo non è solo una guida o un ricordo da portare a casa. È una cronaca di oltre cento anni di arte e trasformazioni, uno specchio fedele dei mutamenti culturali, politici e artistici che hanno plasmato la Biennale stessa.
Il doppio volto del catalogo: da semplice guida a documento storico
Il primo catalogo della Biennale risale al 1895. Nasce come un prodotto tutto sommato pratico, ma con un occhio al mercato dell’arte. Stampato dai Fratelli Visentini, conteneva elenchi di artisti e opere, immagini in bianco e nero, qualche pagina pubblicitaria e persino consigli per i turisti stranieri in visita a Venezia. Più che un semplice programma, era quasi un listino prezzi per i collezionisti che si aggiravano tra le sale. La Biennale gestiva un ufficio vendite e il catalogo diventava un ponte tra artisti e mercato.
Col tempo il volume si fa più raffinato. Le copertine spesso riprendono il manifesto ufficiale, e le ristampe si moltiplicano, segno di un interesse crescente. Negli anni ’30, con la Biennale che diventa ente autonomo e passa sotto il controllo dello Stato, il catalogo assume un ruolo istituzionale più forte. Le copertine riportano non solo la data secondo il calendario civile, ma anche quella dell’era fascista, un segno chiaro dell’influenza politica del regime sulla manifestazione. Così il catalogo si trasforma in documento storico e politico, oltre che in repertorio delle opere. L’ultimo volume prima della guerra esce nel 1942, prima che la Seconda Guerra Mondiale blocchi tutto.
Dopo la guerra, il catalogo diventa strumento di analisi
La Biennale riparte nel 1948, cambiando profondamente il ruolo del catalogo. Con Rodolfo Pallucchini alla guida, il volume abbandona la funzione pratica per diventare uno strumento critico e storico. Le grandi retrospettive di quegli anni, come la prima mostra veneziana di Picasso o la collezione Peggy Guggenheim, richiedono un apparato editoriale più serio.
Finalmente il catalogo assomiglia a quello di un museo: saggi, cronologie, schede tecniche. Non è più solo per i visitatori, ma diventa un riferimento per studiosi e specialisti. Rimane però ancora una certa distanza tra le opere e una visione d’insieme, perché manca una guida curatoriale forte che leghi gli artisti attorno a un tema comune.
Dagli anni ’70 il catalogo parla con più voci
Il 1972 segna una svolta importante: il catalogo si struttura intorno a un tema. Dopo gli anni di contestazione che avevano agitato la Biennale, la pubblicazione diventa una piattaforma di dibattito. La mostra si apre a progetti più articolati e il catalogo riflette questo cambiamento.
Nel 1976 arriva il vero salto di qualità. La mostra si divide in sezioni autonome, con curatori indipendenti, e il catalogo si trasforma in un contenitore di voci diverse. Alcuni di questi “libri paralleli” diventano testi a sé stanti, come “Ambiente/Arte” di Germano Celant e “L’ambiente come sociale” di Enrico Crispolti, che mescolano saggistica e documentazione artistica. Questi volumi non si limitano a descrivere le opere, ma le mettono in relazione, con riflessioni teoriche e critiche, spingendo il catalogo verso un ruolo curatoriale vero e proprio.
Negli anni seguenti, il catalogo torna a un formato più unitario, ma il suo peso cresce insieme alle grandi mostre dirette da figure unificate. Nel 1993, con Achille Bonito Oliva, il volume supera le mille pagine, diventando un simbolo del potere e del ruolo centrale della curatela nella Biennale.
Dietro le quinte: l’evoluzione editoriale dei cataloghi
La storia del catalogo racconta anche un’evoluzione editoriale. Fino agli anni ’70, la Biennale produce in proprio i volumi, affidandosi a tipografie locali come lo Stabilimento Tipo-Litografico Carlo Ferrari. Dopo la guerra, si passa a editori specializzati in arte come Alfieri e Lombroso.
Dal 1978 cambia tutto con l’ingresso di editori commerciali: Electa stampa i cataloghi fino al 1986, poi subentrano Fabbri e Marsilio. Quest’ultimo domina gli anni ’90 e oltre, accompagnando curatori di spicco come Bonito Oliva, Jean Clair e Harald Szeemann. Dal 2017, con la Biennale di Christine Macel, si torna a una gestione autonoma dell’editoria da parte della Biennale stessa. Questo cambio riflette tanto le esigenze di mercato quanto una strategia culturale che vuole il catalogo come veicolo istituzionale e specchio dell’arte contemporanea.
“In Minor Keys”: un catalogo che cambia volto e rende omaggio a Koyo Kouoh
L’ultimo catalogo, quello della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte intitolata “In Minor Keys” e curata da Koyo Kouoh, si presenta in due volumi. Il primo è dedicato alla mostra principale, con testi approfonditi e teorici; il secondo raccoglie le partecipazioni nazionali, organizzate in modo più sintetico. Un dettaglio simbolico apre il primo volume: la lista della giuria internazionale, che poi è stata annullata a causa degli scandali legati ai padiglioni russo e israeliano. Un segno delle tensioni che hanno segnato questa edizione.
La sezione dedicata a Kouoh è il cuore del catalogo. Cinque “Invocations” — tra cui un poema e due favole — accompagnano il ricordo della curatrice scomparsa improvvisamente nel maggio 2025. Il volume offre anche approfondimenti su artisti come Issa Samb e Beverly Buchanan e saggi su gruppi non istituzionali, le cosiddette “Schools”, che hanno segnato l’arte fuori dai circuiti tradizionali.
Il catalogo riflette lo spirito collaborativo di Kouoh: ogni artista è raccontato attraverso la voce di un autore diverso. Questo moltiplica i punti di vista, arricchendo la lettura della mostra e dando respiro alla complessità dell’arte contemporanea.
Il catalogo oggi: molto più di un semplice elenco
Nel 2026, il catalogo della Biennale non è più solo un prodotto per i visitatori o un ricordo da sfogliare. È un’opera complessa, che racconta non soltanto le opere, ma anche le idee, le tensioni e le dinamiche culturali del nostro tempo. Il volume di “In Minor Keys” è uno specchio dell’arte contemporanea in dialogo con teorie, memorie e voci diverse.
Il catalogo continua a fare il suo lavoro pratico, mappando artisti e padiglioni, ma si carica di significati più profondi. È un monumento dedicato a una curatrice, una riflessione sul presente e uno strumento di confronto critico. Più della mostra stessa, racconta la Biennale e il mondo che la circonda, offrendo una chiave per capirli meglio.
