Il Molise è una terra che avanza piano, quasi con timidezza, diceva Lina Pietravalle, come un ragazzo che rifiuta il dolce temendo la medicina che potrebbe seguirlo. Questa frase, semplice ma intensa, racconta più di mille descrizioni: un territorio nascosto, dimenticato da molti, ma carico di storie antiche e tradizioni vive. Nata a Salcito, un piccolo borgo tra le colline di Campobasso, Pietravalle ha saputo dare voce al Molise nel panorama letterario italiano del Novecento. La sua vita è stata un continuo viaggio, segnato da tragedie e lontananze, ma anche da un legame indissolubile con le sue radici. Quel legame si trasforma nelle sue opere in un filo sottile e resistente, capace di tenere insieme passato e presente, dolore e speranza.
L’infanzia errante e l’anima molisana di Lina Pietravalle
Lina Pietravalle nacque nel 1887 a Fasano di Brindisi, ma le radici della famiglia affondavano nel Molise, dove i Pietravalle erano feudatari a Salcito. Fin da piccola la sua vita fu segnata dai continui spostamenti: il padre Michele, medico condotto, viaggiava spesso per lavoro portando con sé la famiglia. Questo continuo peregrinare le causò molto dolore, soprattutto quando fu mandata lontano, a Torino, al collegio femminile Villa Regina. Lì si sentiva “deportata”, isolata e triste, lontana dalla sicurezza del piccolo borgo molisano che amava profondamente. Ricordava quei momenti con amarezza: a soli otto anni era già tagliata fuori dal calore familiare e dalla vita semplice che conosceva.
Ma era a Salcito che Lina trovava pace: la casa di famiglia, con il suo casale di campagna chiamato La Cipressina, incorniciato da ulivi e cipressi, era il suo rifugio. Rita Fratolillo, studiosa della scrittrice, racconta come Lina vedeva la natura intorno a sé come un personaggio silenzioso, rispetto al quale ogni passo era lento e sacro, quasi un rito. La strada tra La Cipressina e Salcito scorreva lenta, come il tempo in quella provincia di allora, custode dei diritti e delle tradizioni di pastori e contadini.
Questo legame profondo con il Molise ha sempre attraversato le sue narrazioni, una scelta letteraria quasi rivoluzionaria che l’avvicinò a scrittrici come Grazia Deledda e Anna Maria Ortese, anch’esse voci autentiche delle loro terre.
Matrimonio, spostamenti e la ricerca di una voce propria
A vent’anni Lina incontrò Pasquale Nonno, giornalista, e si sposarono nel 1907. La vita familiare non fu facile: per motivi economici, Lina si trasferì con il figlio Lionello a Chiauci, un piccolo villaggio di pastori in provincia di Isernia, dove visse con i suoceri. Pasquale lavorava a Roma, spesso lontano da casa. La distanza logorò il loro rapporto, portandoli alla separazione. Lina si trasferì così nella capitale, portando con sé il ricordo del Molise e la speranza di costruire una carriera nella scrittura.
A Roma iniziò a collaborare con giornali e riviste, raccontando storie ambientate proprio in quella terra che non poteva dimenticare. Nel 1923 vinse il premio Bemporad con la novella Custodia, che segnò il suo esordio nel panorama letterario. Pochi mesi dopo, un’altra tragedia la colpì: suo padre fu assassinato davanti casa, un evento che la segnò profondamente. Quel dolore la spinse a dedicargli la raccolta I racconti della terra, pubblicata nel 1924, dove il legame con la sua terra natale diventa un filo rosso di memoria e sofferenza.
Nel 1925 sposò l’architetto Giorgio Bacchelli, fratello dello scrittore Riccardo Bacchelli, con cui instaurò un rapporto solido e culturalmente fertile. La loro casa a Roma divenne un punto di riferimento per incontri letterari, e la sua scrittura cominciò finalmente a ricevere riconoscimenti importanti.
Riconoscimenti e l’eredità di una scrittrice molisana
Nel 1930 Lina pubblicò il romanzo Le Catene, ambientato interamente a Salcito, un omaggio diretto alla sua terra. L’anno dopo ricevette una medaglia al premio Viareggio per la raccolta Storie di paese. La critica la paragonò a grandi nomi: Emilio Cecchi ne lodò la capacità di cogliere dettagli vivi e crudi, mentre Adriano Tilgher sottolineò come Pietravalle avesse portato un “vino nuovo” nella novella regionale italiana, aprendo le porte del Molise alla grande letteratura.
Il riconoscimento arrivò anche dalla sua terra: come Grazia Deledda aveva dato voce alla Sardegna e Matilde Serao a Napoli, Lina proiettò il Molise in una dimensione nuova, capace di affascinare e raccontare un’Italia lontana dai grandi centri.
Le tragedie però non finirono. Durante la seconda guerra mondiale persero la vita sia il marito Giorgio, caduto in Russia nel 1942, sia il figlio Lionello, nel 1944 nell’Italia settentrionale. Questi colpi spezzarono l’equilibrio di Lina, che continuò a lavorare solo su riviste fino al 1952, ripiegando su un’attività meno rilevante ma sempre legata alla scrittura.
Morì il 21 luglio 1965 a Napoli, in un certo senso dimenticata dal grande pubblico, ma con un’eredità letteraria che negli anni ha cominciato a rifiorire grazie all’impegno di studiosi e appassionati.
