Jingyi Yang è nata a Baotou, nella Mongolia interna, una terra dove il nomadismo convive da millenni con la vita sedentaria. Oggi vive a New York, ma il suo lavoro resta profondamente radicato in quel paesaggio fatto di storie intrecciate, simboli antichi e relazioni umane complesse. La distanza sociale, per lei, non è solo un concetto astratto: si materializza in un punto di incontro tra tradizione e innovazione. Nel suo tessuto si conserva, si trasforma e si racconta la memoria di culture in continuo dialogo.
L’ovoo: il segno delle culture a confronto
Al centro della sua arte c’è l’ovoo, un tumulo sacro che rappresenta cielo e terra, un simbolo di appartenenza spirituale per i popoli della Mongolia interna. Originariamente luogo di culto tribale e sciamanico, l’ovoo segnalava un punto di riferimento nel paesaggio nomade. Con l’arrivo del Buddhismo tibetano, però, ha cambiato volto: da rito spontaneo è diventato una struttura ufficiale, legata ai monasteri e con funzioni educative, amministrative e religiose.
Questo passaggio racconta l’influenza reciproca tra culture nomadi e agricole e mette in luce come siano cambiate le relazioni sul territorio e nella società. Per Jingyi Yang, l’ovoo diventa una potente metafora di queste tensioni e convivenze. Ne fa il punto di partenza per un dialogo tra passato e presente, trasformandolo in installazioni tessili che ne catturano le vibrazioni e permettono al pubblico di confrontarsi con la memoria storica e spirituale della regione.
Tessuti, biomateriali e tecnologia: storie intrecciate tra passato e futuro
Jingyi Yang sceglie il tessuto come linguaggio privilegiato, un mezzo da sempre capace di raccontare storie e segnare il tempo. Cresciuta in un ambiente dove la steppa incontra l’industrializzazione, ha sviluppato una sensibilità per la memoria trasmessa attraverso materiali, paesaggi e movimenti. La sua arte unisce elementi tradizionali, come le trame jacquard, a tecnologie moderne come la stampa 3D, il taglio laser e l’uso di biomateriali derivati da alghe e kombucha.
La sua ricerca spazia tra temi attuali come la sostenibilità ambientale e l’identità culturale, esplorando il rapporto tra nomadismo e sedentarietà, tra sacro e pragmatismo. Le sue installazioni ambientali traducono in forma tangibile queste contraddizioni, mescolando precisione tecnica e delicata effimera. Un equilibrio che nasce dal confronto tra saperi antichi e visioni future, dando vita a un’estetica vibrante e riflessiva.
Tessuti “vivi” e biofabbricazione: l’arte dell’impermanenza
Negli ultimi anni, Jingyi Yang si è concentrata sulla biofabbricazione, esplorando il legame tra tessuti e organismi viventi. Durante una residenza al laboratorio Genspace di Brooklyn, ha studiato batteri e microorganismi, sperimentando materiali tessili capaci di cambiare forma, colore e consistenza nel tempo. Questi tessuti “vivi” portano un’idea di adattamento e trasformazione, rompendo con la tradizione tessile rigida e basata su processi estrattivi.
Le sue opere coinvolgono lo spettatore con installazioni biodegradabili e interattive, veri e propri ecosistemi artistici che raccontano l’incontro fluido tra natura e cultura. Per Yang, la tessitura è una narrazione complessa fatta di ritmo, struttura e legame tra mani e terra: “un linguaggio che custodisce distanze emotive, culturali e spaziali.” Le sue creazioni invitano a muoversi, ad ascoltare la materia e a lasciarsi trasformare dall’esperienza diretta.
Threads of Distance: quando l’arte racconta lo spazio tra le persone
L’installazione Threads of Distance segna un passaggio importante nel percorso di Jingyi Yang. Presentata come tesi di Master of Fine Arts nel 2025 alla Parsons School of Design di New York, l’opera mette in scena con forza le differenze nelle percezioni dello spazio personale tra società nomadi e sedentarie, trasformando la distanza sociale in un’esperienza sensoriale e architettonica.
Attraverso intrecci e strutture, Yang mostra come le distanze fisiche riflettano anche relazioni culturali e sociali, offrendo uno sguardo diretto su modi diversi di abitare il mondo. L’opera dà allo spettatore la possibilità di sentire una dimensione insieme intima e collettiva: un tessuto che unisce e separa, che racconta radici e migrazioni.
Un’artista in cammino tra Cina, Stati Uniti ed Europa
Jingyi Yang ha arricchito il suo percorso con residenze negli Stati Uniti, come al Praxis Fiber Workshop in Ohio e al Pine Meadow Ranch Center for Arts & Agriculture in Oregon. Nel 2026 ha preso parte alla 7ª TexpoArt International Triennial of Textile Art di Iași, in Romania, una delle rassegne più importanti nel campo dell’arte tessile.
La sua ricerca si muove fluida tra contaminazioni culturali ed ecologiche, attraversando continenti e comunità artistiche diverse. Usi, tecniche e storie si intrecciano nei suoi spazi tessili, luoghi dove materiali, corpi e narrazioni dialogano e si confrontano con le trasformazioni del nostro tempo. Per Yang, i tessuti non sono solo rivestimenti: “sono strumenti che costruiscono legami e rigenerano vite, offrendo uno sguardo nuovo sulla sensibilità e l’interconnessione globale.”
