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La mostra “Metamorfosi” alla Galleria Borghese di Roma: un allestimento controverso che divide il pubblico

Nel 2019, la Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale di Milano si trasformò in un luogo carico di suggestioni, grazie all’intervento di Margherita Palli. Un esempio di come l’allestimento possa dialogare con lo spazio, senza sopraffarlo. Ma non è mai così semplice. Affidare a un artista-scenografo la cura di una mostra significa correre un rischio: la scenografia può facilmente rubare la scena alle opere. Eppure, quando funziona, si crea qualcosa di unico, un equilibrio fragile tra ambiente e arte.

Pensate al lavoro di Palli con Luca Ronconi nel 2008 a Palazzo Venezia, o alla magia teatrale che Pier Luigi Pizzi seppe infondere nel Grand Palais di Parigi con “Seicento. Le siècle de Caravage”. Questi sono esempi di maestria, ma la vera prova è un’altra: intervenire in spazi che hanno già una forte identità. La Galleria Borghese a Roma è uno di quei luoghi. Qui, la sfida è doppia: rispettare la storia e la natura del museo, senza snaturare ciò che lo rende unico. Un gioco sottile, dove ogni scelta pesa.

Galleria Borghese: un gioiello unico nel panorama museale mondiale

Nel cuore di Roma, la Galleria Borghese non è solo un museo per le sue collezioni – che comunque sono notevoli – ma per il modo in cui è stata pensata. Già nella seconda metà del Settecento fu concepita come un museo vero e proprio, tra i primi a curare l’allestimento come un progetto unitario. Architettura, scultura, pittura e arti decorative si fondono qui in un’unica esperienza, mettendo in luce opere raccolte da Scipione Borghese da oltre un secolo. Questo rende la Galleria un unicum, non paragonabile per dimensioni a grandi complessi come Louvre o Prado, ma da ammirare per la sua coerenza storica e l’equilibrio tra spazi e opere.

Musei con queste caratteristiche sono rari nel mondo. Perciò, quando si pensa a nuovi allestimenti, il primo obiettivo dovrebbe essere quello di custodire e valorizzare questa identità, evitando interventi invasivi o trovate scenografiche che rischiano di comprometterla.

Mostre temporanee in musei storici: tra limiti e opportunità

Organizzare mostre temporanee in spazi con un’identità così forte è sempre delicato. Non si tratta di escludere ogni novità o arte contemporanea, ma di muoversi con rigore e rispetto per il luogo. Alcune mostre passate alla Borghese hanno dimostrato che si può dialogare con la collezione storica senza strappi. Nel 2022, “Meraviglia senza tempo”, dedicata alla pittura su pietra, fu curata con attenzione da Francesca Cappelletti e Patrizia Cavazzini, rispettando la relazione con i marmi e il mecenatismo di Scipione Borghese.

Anche la mostra del 2016 su Caravaggio e la natura morta in Italia, pur con elementi contemporanei, mantenne un equilibrio delicato tra grande esposizione e spazio museale. L’esperienza insegna che mettere insieme collezioni storiche e arte contemporanea richiede scelte ponderate, per evitare che il confronto diventi uno scontro o una forzatura visiva.

“Metamorfosi” 2026: una mostra che divide

La mostra “Metamorfosi. Ovidio e le arti”, aperta fino al 20 settembre 2026 alla Galleria Borghese, ha scatenato molte discussioni. Il progetto, nato nel 2023 in collaborazione con il Rijksmuseum di Amsterdam, riprende un tema già affrontato alle Scuderie del Quirinale nel 2018/19, ma con scelte diverse. A Roma la selezione spazia fino all’arte contemporanea, con pezzi di Rodin e Brâncuşi nel salone d’ingresso. Ma questa scelta solleva dubbi sull’effettiva integrazione negli spazi classici della Galleria.

L’avvio tematico con il Caos e gli Elementi, con opere messe in dialogo visivo a volte poco chiaro, sembra più un tentativo di stupire che un percorso fondato. La presenza di opere contemporanee come quelle di Anicka Yi, dalla collezione Pinault, appare inserita senza un filo conduttore che rispetti la storia del luogo.

Le critiche all’allestimento di Hubert Le Gall

L’allestimento firmato Hubert Le Gall ha ricevuto giudizi contrastanti. La sua installazione, che ricorda una grotta fatta di blocchi di roccia in plastica e fuochi scenici, ha infastidito molti esperti. In un contesto delicato come la Borghese, noto per il suo rigore e rispetto dello spazio, questa scelta è sembrata invasiva. Il risultato è uno spazio artificioso, lontano dall’eleganza e dall’armonia degli allestimenti storici.

Questa operazione difficilmente resterà nella memoria come un esempio positivo; piuttosto, passerà alla storia come una mostra con scelte discutibili, incapace di valorizzare appieno sia la sede che le opere.

Spostamenti e conseguenze sull’esperienza di visita

La mostra ha comportato spostamenti importanti di opere dalle collezioni permanenti. Capolavori come “Fuga da Troia” di Barocci, “San Domenico” di Tiziano e il “Ritratto di Marcello Sacchetti” di Pietro da Cortona non sono visibili al momento. Questo spezza l’esperienza del visitatore, interrompendo dialoghi consolidati negli allestimenti storici.

La “Danae” di Correggio, isolata contro un grande pannello, e l’accostamento disordinato di dipinti che poco hanno a che fare con le tradizioni barocche romane, mostrano come si sia perso l’equilibrio estetico. Anche la sala della pittura veneta soffre di abbinamenti poco riusciti, che confondono la lettura delle opere. Elementi decorativi storici, come le gemme appese tra le finestre, sono stati coperti per fare spazio all’esposizione.

Accanto all’“Apollo e Dafne” di Bernini, una tavoletta della National Gallery montata su un pannello di discutibile gusto priva la sala dell’equilibrio compositivo fondamentale per il valore iconico dell’ambiente.

Qualche nota positiva e confronti tra maestri

Non tutto è negativo in “Metamorfosi”. Alcuni accostamenti tra Michelangelo e Leonardo, nel dialogo con l’arte antica, funzionano e arricchiscono la visita. Nella sala della pittura veneta, l’arazzo con il “Narciso” da Boston si distingue per raffinatezza, creando un interessante confronto con il “Narciso” di Poussin, pur separati da un secolo.

Anche pezzi come “Ercole e Cerbero” romano dai Musei Vaticani e “Orfeo ed Euridice” di Rubens aggiungono spessore alla narrazione, benché il tema delle metamorfosi sia più un pretesto che un filo conduttore vero e proprio.

Nel complesso, la mostra offre uno spunto di riflessione su come arte antica e contemporanea possano dialogare, con risultati altalenanti, in uno dei luoghi più delicati e complessi al mondo.

Redazione

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