Napoli si prepara ad accogliere una nuova sfida. Samuele Piazza, fresco dall’esperienza alle OGR di Torino, porta al Museo Madre un progetto che non passa inosservato. La mostra “Living Collapse” prende vita dal presepe napoletano, ma non è il solito racconto: qui si parla di rovine, di decadenza, ma anche di rinascita e futuro. Un lavoro che ha conquistato il Premio Meridiana, assegnato ai giovani talenti del Sud, a testimonianza di una cultura che resiste e si reinventa. Tra memoria e sperimentazione, il Museo Madre si trasforma così in un luogo pulsante, dove l’arte diventa dialogo e sfida.
Premio Meridiana e l’arrivo di Samuele Piazza a Napoli
Samuele Piazza, parmigiano classe 1988, ha costruito la sua carriera curatoriale negli ultimi dieci anni alle OGR di Torino, punto di riferimento per l’arte contemporanea. Nel 2024 sposta lo sguardo verso Sud grazie al Premio Meridiana, alla sua prima edizione, promosso dal Museo Madre con il supporto di realtà locali come Antony Morato e Fondazione Tridama ETS. L’obiettivo è valorizzare chi, tra curatori e artisti emergenti, porta avanti ricerche originali in Campania e nel Mezzogiorno.
“Living Collapse” nasce proprio da questa spinta. Piazza coinvolge tre giovani artisti napoletani — Andrea Bolognino, Effe Minelli e Raffaela Naldi Rossano — per mettere a fuoco il presepe, simbolo radicato nella cultura locale, e usarlo come chiave per raccontare un presente segnato da crisi sociali, ambientali e ideologiche, ma anche da possibilità di rinascita.
Presepe e crisi: la metafora di “Living Collapse”
Il titolo della mostra parla chiaro: crisi sì, ma anche trasformazione. Piazza si ispira a Elio Vittorini e a quell’idea che tutto è legato, passato e presente in una rete di significati. Il presepe, spesso visto come un’immagine ferma e tradizionale, qui si trasforma in un paesaggio in rovina, ma con una forza immaginifica vibrante.
Il curatore richiama il saggio di Robert Smithson, “Tour of the Monuments of Passaic, New Jersey” , dove le rovine non sono solo ciò che resta, ma diventano punto di partenza per nuove visioni. Così il presepe diventa “rovina a rovescio”: un’installazione che accende memorie e apre nuove strade. Le rovine, spiega Piazza, non sono solo segno di fallimento, ma terreno fertile per ripartire. Il presepe racconta così una crisi che è anche una sfida, un invito a guardare con occhi nuovi il presente.
Tradizione e arte contemporanea: il dialogo in mostra
La mostra si sviluppa come un confronto serrato tra diversi linguaggi artistici. Piazza ha scelto di dare a ogni artista uno spazio tutto suo, pensato per quel luogo, ma ha voluto anche un momento collettivo. Questo si realizza mettendo a confronto le opere di Bolognino, Minelli e Naldi Rossano con due presepi simbolo: quello di Jimmie Durham e il presepe classico di Giuseppe Ercolano, maestro di Sorrento.
Il presepe di Durham, opera di un artista estraneo alla tradizione religiosa, offre uno sguardo critico e disincantato, smascherando ciò che di solito diamo per scontato. Quello di Ercolano, invece, incarna la tradizione scultorea napoletana, che in museo perde la dimensione domestica per guadagnare nuova profondità artistica.
Questo confronto mette in luce quanto il presepe possa essere letto oggi in modi diversi, senza che queste letture si escludano a vicenda. Piuttosto, si arricchiscono a vicenda, spingendo a riflettere sul presente con strumenti artistici molto diversi.
Gli artisti e il loro legame con il presepe
La scelta di Bolognino, Minelli e Naldi Rossano non è casuale. Piazza li ha selezionati per la coerenza dei temi che affrontano e per la maturità delle loro opere. Raffaela Naldi Rossano lavora sull’idea di rovina generativa, legando identità e memoria a luoghi abbandonati. La sua ex casa materna, semiabbandonata, diventa un simbolo di presenza sospesa nel tempo.
Andrea Bolognino si concentra su oggetti abbandonati, trasformati da muffe e alghe in nuove forme, come organismi in evoluzione o cataloghi di rifiuti che si trasformano in sculture, evocando scenari ecologici inquietanti.
Effe Minelli porta in scena la morte con forza. La sua installazione, con una figura ibrida armata di spada, interpella lo spettatore sul rapporto tra vita, morte e immagine mediatica, toccando un tema sentito nella cultura napoletana, da sempre aperta al confronto diretto con la mortalità.
Il Museo Madre tra arte e tradizione
Il Museo Madre non è solo la cornice di “Living Collapse”, ma un vero protagonista. Le sale si aprono una dentro l’altra come in un lungo percorso visivo, creando continuità negli spazi e nei concetti.
Da una finestra si apre lo sguardo sul centro storico di Napoli, richiamando il presepe come paesaggio che dialoga con la città e la natura. È un modo per mettere insieme arte, comunità e memoria, immaginando il museo come spazio fluido, aperto a tradizione e innovazione.
Le opere site specific si integrano con l’architettura, trasformando il museo in un luogo vivo, stimolante per visitatori e artisti.
Il presepe come chiave per leggere il presente
La mostra invita a guardare il presepe con occhi nuovi. Non è un elemento da ammirare passivamente, ma un sistema visivo che spezza le gerarchie tradizionali. La scena sacra non domina, anzi si nasconde, spingendo chi visita a cercare e scoprire.
Questo stimola un’attenzione diversa, dove dettagli apparentemente secondari diventano importanti e offrono spunti per riflettere su società, cultura ed ecologia. Non è solo tradizione, ma un modo per indagare il presente, tra arti visive, memoria e identità collettiva. Un progetto che attraversa Napoli senza semplificare la sua complessità.
“Living Collapse” sarà al Museo Madre in via Luigi Settembrini fino al 18 ottobre 2026, aprendo un dialogo lungo e aperto sulle possibilità di rinnovamento insite nel patrimonio culturale partenopeo.
