A Monopoli, fino al primo novembre, il PhEST International Award 2026 ospita un progetto che scuote. Sergii Melnitchenko ha scelto ventuno fotocamere usa e getta per raccontare la guerra in Ucraina, ma non con immagini di combattimenti o esplosioni. Sono gli sguardi dei soldati al fronte, i momenti più intimi, la quotidianità lontana dagli stereotipi della guerra. Nato a Mykolayiv nel 1991, Sergii ha lasciato che fossero proprio quei militari a narrare la loro esperienza, senza filtri né interpretazioni. Un mosaico di storie che si intrecciano, scatto dopo scatto, dietro l’obiettivo semplice e fragile di una macchina analogica.
Il progetto Frontline Rolls nasce dall’idea di consegnare ventuno fotocamere usa e getta a soldati impegnati in prima linea. Ogni macchina aveva solo ventisette scatti a disposizione, un limite che spingeva a scegliere con cura cosa fotografare. Le immagini raccolte non raccontano battaglie o strategie militari, ma piccoli momenti di vita: animali, fiori, paesaggi, oggetti a cui i soldati si aggrappano nei momenti più difficili.
Sergii ha voluto costruire un archivio collettivo che mettesse al centro la voce di chi vive la guerra sulla propria pelle, restituendo un’immagine umana lontana dall’eroismo e dalla retorica. Il lavoro, svolto tra febbraio e ottobre 2025, ha raccolto ventuno punti di vista diversi, ognuno segnato dall’uso personale della macchina fotografica. C’è chi ha esaurito velocemente i rullini, chi invece ha conservato ogni foto come un piccolo tesoro, riflettendo sul significato di ogni immagine.
Così la fotografia diventa uno strumento di osservazione e riflessione, non solo per chi guarda, ma anche per chi scatta.
Prima dell’invasione, Sergii Melnitchenko lavorava su immagini costruite e messe in scena, con temi come la mascolinità, il nudo e il cosmo, ambientati in mondi immaginari. La guerra ha stravolto il suo modo di fare fotografia, spingendolo verso un linguaggio più concettuale e collettivo, fatto di immagini scattate da altri.
Frontline Rolls è proprio questo: Sergii rinuncia a essere autore e lascia ai militari la possibilità di raccontare la loro esperienza con la fotografia analogica. Non un semplice reportage, ma un’esperienza che intreccia arte e umanità.
La maggior parte dei soldati non aveva esperienza fotografica e questo si vede nelle immagini: ognuno guarda il mondo con occhi diversi, spesso in modo inconsueto. Fermarsi a scattare diventa per loro un momento di respiro, di condivisione, forse anche di cura. Per molti è stata una sorta di arteterapia, un modo per restare legati alla vita civile e ai compagni, nonostante la guerra.
Anche dopo aver sviluppato i rullini, Sergii non torna a imporsi come autore. Continua a fotografare oggetti personali, lettere, dettagli che raccontano ciò che i militari portano con sé. Così nasce un archivio materiale pieno di significato, una sorta di inventario emotivo.
Volontariamente, Sergii lascia spazio alla spontaneità e all’autenticità delle immagini, dando voce a chi spesso viene rappresentato in modo stereotipato. Queste fotografie non sono solo documenti di guerra, ma testimonianze intime di persone che, sotto la divisa, restano esseri umani con famiglie, passioni, paure e speranze.
Il legame stretto tra Sergii e i militari è la dimostrazione di come l’immagine possa essere anche strumento di solidarietà e sostegno. Durante le mostre, alcuni protagonisti hanno visto per la prima volta le loro foto esposte, un momento che ha rafforzato senso di comunità e riconoscimento.
Il progetto non si ferma alle mostre o alla semplice raccolta di immagini. Sergii, da tempo impegnato nel volontariato a favore delle Forze di Difesa ucraine, usa Frontline Rolls anche per campagne di raccolta fondi a sostegno dei militari.
In prospettiva, il progetto potrebbe crescere coinvolgendo centinaia o migliaia di soldati, diventando una fonte preziosa per studiare la guerra in Ucraina. Un archivio di questa portata potrebbe trovare spazio e sostegno in musei o istituzioni culturali.
Questa raccolta partecipata è importante perché conserva una storia spesso dimenticata dai grandi reportage: la vita quotidiana nel conflitto, quei piccoli gesti di resistenza umana che raccontano un conflitto più complesso e sfaccettato.
Frontline Rolls ha già varcato i confini ucraini, toccando città come New York, Copenaghen, Tbilisi, Atene e presto Svezia e Svizzera. Il progetto si propone come un ponte diretto, senza filtri, che avvicina chi guarda all’esperienza personale dei militari.
Chi visita le mostre apprezza la sincerità di queste immagini, che evitano ogni spettacolarizzazione del conflitto. Raccontano una guerra fatta non solo di scontri, ma anche di attese, mancanze e desideri di normalità.
Dietro ogni scatto c’è un messaggio di umanità universale, che supera barriere culturali e linguistiche. Ricorda che nessuno nasce per fare la guerra. Il prezzo che questi soldati pagano appare più vero e commovente davanti a dettagli come fiori, animali domestici e volti amati immortalati nelle rare pause di tregua.
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