Le sale cinematografiche hanno accolto Resident Evil con un’energia diversa dal solito. Non è il solito film di zombie, né un action ripetitivo. Zach Cregger abbandona le sparatorie frenetiche e gli eroi invincibili. Al centro c’è una generazione intera, quella dei millennial, spaesata e sconfitta. Il protagonista non combatte solo contro un’epidemia che trasforma le persone in zombie, ma lotta soprattutto contro il senso di inadeguatezza che lo soffoca. Un horror che scava nell’anima, una commedia amara che mette a nudo un disagio reale e palpabile.
Resident Evil cambia pelle: un horror che guarda dentro la società
Dopo decenni di film tratti dal celebre franchise Capcom, che ha segnato il survival horror nei videogiochi, questo nuovo episodio prende una strada tutta sua. Zach Cregger, già noto per lavori come Barbarian e Weapons, sceglie di puntare su una storia meno adrenalinica e più riflessiva. Il film, distribuito da Sony Pictures e nelle nostre sale dal 17 settembre 2024, si distacca dalla solita trasposizione videoludica per concentrarsi su un’analisi sociale più profonda. Più che spari e tensione, qui si racconta l’incapacità di una generazione di affrontare la realtà. Bryan, il protagonista, è il millennial tipo, impreparato, spinto da circostanze estreme in un percorso che somiglia a un videogioco, ma dove le vittorie durano poco e i fallimenti sono sempre dietro l’angolo.
La trama si sviluppa seguendo le dinamiche classiche del survival horror, con difficoltà crescenti e risorse limitate. Ogni fase della storia è una sfida in una Raccoon City fatta di mediocrità e caos. Qui, il film mescola l’horror di genere con una commedia tagliente. Bryan e gli altri personaggi non devono solo scappare dagli zombie, ma anche fare i conti con i propri limiti esistenziali, spesso in modo grottesco. Non ci sono trionfi facili o finali rassicuranti: il racconto mette in scena una serie di ostacoli reali, amplificati dalla crisi personale dei protagonisti.
Fallire come condizione: la lezione amara di Resident Evil
Uno degli aspetti più originali di Resident Evil è come tratta il tema del fallimento. Non è solo un meccanismo da gioco, dove perdere e riprovare fa parte del divertimento. Qui il fallimento diventa una questione di vita e di senso. Il teorico danese Jesper Juul, nel suo saggio The Art of Failure, spiega che nei videogiochi il giocatore spesso si confronta con la propria inadeguatezza in un ambiente protetto, imparando a superarla. Ma nel film di Cregger questa dinamica si capovolge: Bryan, pur esperto di videogiochi, non riesce a trasferire quelle lezioni nel mondo reale. Gli errori diventano goffi e dolorosi, mostrando una distanza enorme tra aspettative e realtà.
Questa rappresentazione smaschera la fragilità della generazione millennial: cresciuta tra console e controller, ma incapace di trasformare la familiarità digitale in abilità pratiche o emotive. La città invasa dagli zombie diventa così una metafora di una società persa tra l’illusione di controllo e l’incapacità di affrontare davvero le sfide. Gli zombie non sono solo nemici da eliminare, ma simboli di una mediocrità dilagante, specchio di una crisi culturale e personale. Il senso di impotenza e la comicità nera emergono soprattutto quando un possibile successo si trasforma in una nuova caduta, in un loop senza fine.
Horror e commedia: quando Resident Evil racconta il disagio sociale
Il film si muove a metà strada tra horror e commedia, definendo così la sua identità. Questo Resident Evil si avvicina a un horror “cringe”, dove il disagio nasce non tanto dalla paura, ma dall’imbarazzo e dalla frustrazione di personaggi incapaci. L’interpretazione di Austin Abrams, che dà vita a Bryan, brilla proprio nelle espressioni e nei gesti, spesso sul filo del grottesco. È una tensione diversa, che nasce dalla nostra empatia verso protagonisti buffi, ma persi nelle proprie scelte sbagliate.
Non è solo una storia di zombie, ma uno sguardo critico sulla cultura contemporanea e sul malessere di chi, cresciuto con videogiochi violenti, si ritrova disarmato davanti alle difficoltà della vita vera. L’atmosfera di Raccoon City riflette una società ferma, incapace di reagire e chiusa nel proprio isolamento generazionale. Ogni personaggio è un pezzo di un puzzle fatto di mediocrità, paure irrisolte e incontri sbagliati con l’età adulta.
Il film non sarà facile per chi si aspetta eroi senza macchia. Questa volta l’orrore è quello quotidiano, fatto di pause imbarazzanti e incompetenza ricorrente. Il viaggio di Bryan non è quello di un salvatore, ma di uno smarrito che deve lottare senza sosta contro se stesso e un mondo che non concede scorciatoie.
