I Am Tony, il titolo che omaggia Tony Williams, batterista leggendario della musica nera, risuona potente nelle sale del New Museum di New York. Dal 24 settembre, due piani interi si trasformano in un racconto intenso e viscerale firmato Arthur Jafa, nato a Tupelo nel 1960. Non si tratta solo di una retrospettiva: è un’immersione nel dolore e nella bellezza di un’identità americana complessa, segnata dalla violenza razziale che continua a graffiare la società. Dalle prime opere alle nuove installazioni, dalle fotografie ai video più celebri, Jafa mescola cinema, musica e social media per mostrare senza filtri una realtà spesso nascosta, ma impossibile da ignorare. A New York, l’arte si fa voce di un’urgenza che attraversa il tempo e le generazioni.
La violenza razziale tra immagini e suoni: il grido di Jafa
L’arte di Arthur Jafa è un pugno allo stomaco, capace di riportare alla luce la brutalità razziale in America. Love Is the Message, the Message Is Death, del 2016, è un esempio potente. Il film si apre con il video di una sparatoria della polizia contro un uomo nero, seguito da una toccante sequenza di Barack Obama che canta Amazing Grace nel 2015, durante il funerale del pastore Clementa C. Pinckney, vittima di una strage razzista a Charleston, South Carolina. Il montaggio intreccia immagini di violenza e creatività afroamericana, con atmosfere gospel e la musica di Kanye West. Questo lavoro, mostrato in streaming da una dozzina di musei nel giugno 2020, ha un peso storico che va oltre l’arte: racconta la tensione di un paese scosso dal movimento Black Lives Matter, nato appena tre anni prima, e i primi segnali dell’era Trump.
Nel 2018 Jafa firma The White Album, un’opera che affronta senza giri di parole la cultura suprematista bianca americana. Con questo lavoro si aggiudica il Leone d’Oro come miglior artista alla Biennale di Venezia 2019. Sempre a Venezia, quest’anno la Fondazione Prada ha affiancato le sue opere a quelle di Richard Prince, sottolineando l’importanza della sua riflessione critica sulla società americana. Le immagini di Jafa non sono mai solo visive: sono potenti strumenti di denuncia e presa di coscienza.
Michael Jackson tra gloria e dolore nel video “MJ” di Jafa
Prima di emergere come artista visivo, Arthur Jafa ha lavorato come direttore della fotografia con registi del calibro di Spike Lee, Stanley Kubrick e Julie Dash. Tra i video in mostra al New Museum spicca MJ, un progetto iniziato anni fa e ancora in corso. Il video si concentra su Michael Jackson, una delle figure più complesse e controverse della cultura nera a livello globale.
Il film mette a confronto la figura pubblica del re del pop — celebre per il suo talento da ballerino — con una lettura più intima e dolorosa. Jafa coglie la sofferenza fisica e psicologica nascosta dietro lo scintillio di lustrini e paillettes. Questo contrasto tra la performance e il tormento interiore restituisce uno sguardo inedito sulla star, aprendo riflessioni più ampie sull’identità nera e la fama.
“Ben Gazzara”: la riscrittura di Taxi Driver con protagonisti neri
Nel 2024 Jafa presenta Ben Gazzara, un video che mette in chiaro il suo impegno nel riscrivere la storia del cinema. La scena riprende un episodio poco noto della sceneggiatura originale di Taxi Driver , in cui Travis Bickle, interpretato da Robert De Niro, spara a un pappone chiamato “Sport” e scatena il caos in un bordello per salvare una giovane prostituta: nella versione iniziale, le vittime erano tutte nere. Poi, sotto pressione della produzione, i personaggi sono diventati bianchi.
Jafa, che ha visto il film da adolescente, ha intuito l’importanza di quella scelta originale. Ben Gazzara prova a restituire quel volto perduto, inserendo protagonisti neri in tutte le parti vittime. Attraverso dodici loop, ogni versione del video rivela nuovi dettagli e sfumature dei personaggi, approfondendo la loro complessità. La storia cambia scena dopo scena: in uno dei loop un personaggio fa un gesto che ricorda Stevie Wonder, in un altro il veterano si toglie la vita. Il lavoro apre un discorso serrato sui miti hollywoodiani, evidenziando legami tra Bickle e figure reali legate a crimini di supremazia razziale.
La Middle Passage e la trasformazione culturale raccontate in “Aghda”
In una sala buia del museo, uno schermo gigante proietta Aghda, video del 2021 che affronta un tema fondamentale della storia nera americana: la Middle Passage, la traversata atlantica degli schiavi. Le immagini del sole che tramonta sull’oceano si deformano in onde nere e roventi, simbolo della sofferenza e della trasformazione.
Jafa interpreta questo passaggio come un trauma fondativo per la Blackness, cioè l’essere nero in senso culturale e identitario. Il video alterna note profonde di sound design a remake di classici R&B degli anni Settanta e Ottanta, con brani di Roberta Flack e The Isley Brothers. La tratta ha strappato alla musica africana le sue radici, rielaborandola in un linguaggio nuovo e complesso, che diventa identità per le comunità nere e per l’America.
Arte come indagine profonda: Taryn Simon e il “romanzo americano” al Guggenheim
Arthur Jafa ha spesso detto che la sua arte non è politica o attivista, ma un’indagine sulle radici della violenza e dell’orrore. Un approccio simile si ritrova in Taryn Simon, artista concettuale in mostra al Guggenheim Museum di New York fino al 2026. Simon ha lavorato a Father Country I Do Love You, un progetto fotografico nato dall’analisi di rapporti di agenti FBI in pensione.
La sua raccolta di immagini svela una realtà alternativa e spesso contraddittoria sul sistema di sorveglianza che coinvolge milioni di persone, istituzioni, animali e oggetti negli Stati Uniti. Simon ha iniziato il progetto con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e lo ha sviluppato in un periodo di tensioni politiche e sociali crescenti, quando molti americani hanno visto svanire i loro ideali unificanti, sostituiti da teorie paranoiche.
Deana Lawson e Cady Noland tra identità, controllo e il lato oscuro del sogno americano
Le gallerie di Larry Gagosian a New York restano un punto di riferimento nel mercato e nella cultura contemporanea, con mostre di grande impatto. Da qualche mese ospitano una personale di Deana Lawson, che con la serie Edge Control affronta temi come identità, sorveglianza e controllo nei negozi di cosmetici americani. Le sue fotografie in grande formato, scattate in ambienti domestici, mostrano soggetti che guardano dritto in camera con uno sguardo intenso, a metà strada tra intimità e inquietudine. Lawson crea ritratti che raccontano la complessità della Blackness e la vita di tutti i giorni nelle comunità afroamericane.
Nel frattempo, a Londra, Gagosian presenta Cady Noland, artista che indaga gli aspetti più oscuri del sogno americano: dalle celebrità alla violenza, passando per consumismo e potere. Noland usa metodi di appropriamento e progressiva degradazione delle immagini, trasformandole fino a renderle quasi astratte, pur mantenendo la loro fisicità e matericità su supporti metallici. Il suo lavoro dialoga con quello di Jafa, condividendo la volontà di mettere a nudo le contraddizioni della cultura americana di oggi.
250 anni di Stati Uniti: l’arte come resistenza più che celebrazione
Il 2026 segna il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti, ma la stagione artistica che si apre sembra più una forma di resistenza che una festa unanime. I musei in tutto il paese mantengono un profilo basso, sotto pressioni politiche crescenti: denunce per eccessiva attenzione a temi come schiavitù e diritti civili, ordini di rimozione di opere giudicate troppo “woke”, come successo all’ambasciata USA nella Repubblica Dominicana.
Mostre come quella su Arthur Jafa, che puntano sulla memoria, la razza e la creatività afroamericana, tengono vivo il dibattito sulle eredità e le tensioni irrisolte. Questa fase sembra una risposta critica all’era MAGA, offrendo un punto di vista diverso sulla storia americana e le sue profonde divisioni. Sono gli artisti più attenti e coinvolti a tenere accesa la discussione, scuotendo lo sguardo pubblico e le istituzioni con le loro opere.
