A pochi mesi dalla sua scomparsa, Firenze si ferma a ricordare Paolo Masi. È morto a maggio 2026, poco prima di compiere 93 anni, lasciando un’eredità che ancora parla forte. Nato proprio nella città toscana nel 1933, Masi ha dedicato la vita all’arte senza compromessi. Alla galleria Frittelli, una mostra racconta quel percorso unico: opere realizzate con materiali insoliti, lontane dai canoni accademici, nate da una scelta netta e radicale. Libertà, questo era il suo mantra. Libertà di sperimentare, di spostarsi tra Europa e America, di lavorare con ciò che la natura offriva, senza mai piegarsi a regole imposte. I suoi lavori non stanno fermi: si allungano a terra, si elevano come piccole costellazioni, invitando chi guarda a perdersi nei dettagli, a scoprire mondi nascosti sotto la superficie.
“Paolo Masi 93”: sei decenni di sperimentazione e coerenza
Alla galleria Frittelli, Sergio Risaliti ha curato una mostra che sembra più un piccolo museo, raccontando con rigore sei decenni di carriera di Masi. Dall’esordio negli anni Cinquanta, passando per la prima grande esposizione alla Strozzina nel 1960, fino agli anni d’oro tra Sessanta e Settanta. Quegli anni, per l’artista, sono stati un periodo di totale libertà: libertà di vivere, di creare, di sperimentare senza limiti, prima di una nuova riscoperta del figurativo. Un’epoca vibrante in cui il suo segno personale si imponeva con forza, superando il lavoro isolato del pittore tradizionale.
Il cuore della mostra sono i materiali che Masi amava di più, con il cartone in prima fila. Materiale povero, di recupero, presente nelle città dove ha vissuto, da Milano a New York. Il cartone diventa così un dialogo tra materia e linguaggio artistico, un filo che collega opere e installazioni. Accanto a sassi, fili, terra, pezzi di giornale, il lavoro di Masi dimostra una cura maniacale per il dettaglio, che va oltre la materia per raccontare un codice cromatico e tattile sorprendente e complesso.
Quando l’arte diventa suono e memoria urbana
Il momento più alto del suo percorso arriva nel 1978 alla Biennale di Venezia con “Rilevamenti esterni-conferme interne”, un’opera in 94 partiture. Qui, il materiale si trasforma in linguaggio: calcina, sabbia, colore che si mescolano in un’astrazione italiana capace di restare viva e concreta. La musica, soprattutto il jazz, che Masi ha studiato e suonato a Milano e New York nei suoi primi anni, resta un motore costante. La sua arte pulsa come un ritmo, fatta di note e silenzi, pause e improvvisazioni.
Negli anni Ottanta, mentre molti artisti tornano al figurativo, Masi lo fa a modo suo, ampliando le dimensioni e giocando con il colore, ma senza perdere mai la sua identità. Negli anni Novanta affronta temi forti, come la pena di morte, con mostre pubbliche alla Fortezza da Basso di Firenze. Nel nuovo millennio sperimenta il plexiglas, introducendo trasparenze senza mai staccarsi dalla materia e dalla vita.
Oltre il singolo: l’arte come rete e comunità
Paolo Masi non è stato solo un artista solitario. Il suo percorso si intreccia con una rete di amicizie e collaborazioni che hanno fatto crescere la scena culturale fiorentina e non solo. Anche questo aspetto è raccontato alla galleria Frittelli. Dalle esperienze in collettivi come Centro F/Uno, nato nel 1967 con Baldi e Lecci per rompere l’isolamento locale, a Zona, uno spazio no profit fondato nel 1974 con Nannucci e Mariotti.
Questi luoghi hanno anticipato Base, inaugurata nel 1998 con altri artisti come Guita, Catelani e Parisi, un progetto diventato una rete itinerante e intergenerazionale. Firenze resta il filo conduttore di tutto questo. Le scelte di Masi mostrano una visione di arte collettiva, aperta allo scambio, con una forte carica politica e pedagogica che attraversa decenni di lavoro e sperimentazione.
La mostra rimane aperta fino al 12 novembre 2026 in via Val di Marina 15, nella sede di Frittelli arte contemporanea. Un’occasione da non perdere per chi vuole capire la complessità e l’energia di un artista che ha saputo unire materia, musica e impegno civile in un percorso unico. Firenze, così, ritrova uno dei suoi figli più liberi, celebrandolo mentre la sua opera continua a vivere, vibrare e dialogare con il presente.
