# A Milano, varcando la soglia di Assab One, si entra in un mondo dove pittura e architettura si intrecciano senza confini netti. Elena El Asmar, nata a Firenze nel 1978, ha costruito uno spazio in cui ogni opera – dai grandi tele ai piccoli dipinti – non si limita a mostrarsi, ma parla, sussurra, evoca. La superficie diventa memoria, trasformazione, un luogo dove il passato convive con l’immaginazione. Il titolo, Immagine immaginaria immaginata, racchiude questa danza tra realtà e visione, tra segno e ricordo. Qui lo sguardo si perde, si dilata, si concentra sui dettagli più nascosti, invitando a un’esperienza che va oltre la semplice osservazione.
Tele architettoniche: un viaggio tra spazi e visioni
Le opere di El Asmar si mostrano soprattutto nelle grandi tele montate su strutture di legno che si ergono come vere e proprie architetture dentro la galleria. Si crea così un “tempietto” attraversabile, dove si può sostare e osservare da angoli nascosti o incorniciati da aperture tra i pannelli. Questi spazi aprono squarci su altre opere, generando un effetto di profondità e continuità visiva. Dietro le grandi tele si nascondono altre superfici dipinte o pause cromatiche delicate. Camminando tra questi piani intrecciati, lo spettatore cambia scala: si passa dalla visione d’insieme a quella ravvicinata, dove emergono piccoli quadri appoggiati sui telai, quasi dettagli svelati o rimandi discreti. Questo gioco di presenza e assenza trasforma l’allestimento da semplice mostra a un ambiente intimo e ponderato, costruito sull’alternanza tra distanza e prossimità visiva.
La struttura leggera mette in scena il legno grezzo, i margini lasciati liberi del tessuto, la carpenteria a vista: elementi che dialogano con il colore e si fondono nel racconto complessivo. La mostra diventa così una passeggiata tra superfici tessili, architettoniche e pittoriche, dove la disposizione crea un’esperienza contemplativa e immersiva.
Tessuti che raccontano il tempo: natura e materia sulle grandi superfici
I grandi tessuti su cui lavora El Asmar sono il cuore concreto della sua ricerca. Realizzati con acrilico e candeggina su raso di cotone, questi supporti mostrano una tecnica che scava la superficie: stesure, decolorazioni e manipolazioni creano trame complesse. Il risultato è una rete fatta di ramificazioni e vuoti, che ricorda elementi naturali come vegetazioni, affioramenti minerali o paesaggi visti da lontano. I colori giocano un ruolo chiave: rosati, violacei, ramati emergono sfumati e stratificati, con variazioni di intensità che danno vita a nuclei densi o aree quasi evanescenti. Il modo in cui il colore è trattato restituisce una sensazione di tempo passato, quasi l’idea di superfici segnate dagli agenti atmosferici.
La superficie diventa figura e sfondo insieme, accogliendo lo sguardo che si muove senza confini netti. Ogni dettaglio può essere letto come elemento singolo o parte di una struttura più ampia e naturale. L’effetto si amplifica grazie alla scala: un dettaglio si trasforma in paesaggio, un’area dilavata diventa atmosfera. Anche la carpenteria, i telai e le travi in legno usati per sostenere i tessuti sono parte dell’allestimento, scandendo lo spazio con inquadrature e zone di respiro. L’architettura così composta è leggera ma carica di intimità, invitando a esplorare con calma gli interstizi.
Piccoli dipinti, grandi memorie: segni essenziali e forme familiari
Accanto ai grandi tessuti, sui telai spiccano piccoli dipinti che raccolgono forme semplici e riconoscibili: profili ondulati, cerchi, festoni, sagome a stella. Sono dettagli che sintetizzano la ricerca di El Asmar, a cavallo tra segno e memoria. Ogni linea segue il contorno di forme domestiche o naturali – un vaso, una corolla, uno specchio d’acqua – ma al tempo stesso lascia spazio a letture ambigue, offrendo diverse chiavi interpretative.
Il colore, vibrante e variegato, dà peso a questi elementi, che sembrano oggetti conservati nel tempo, custodi silenziosi di ricordi personali e collettivi. C’è un’eco antica, un legame con l’ornamento che ordina ma suggerisce anche tracce di esperienze vissute. Questi piccoli dipinti si rivelano così vere “isole” dove convivono poesia, paesaggio mentale e sospensione del senso.
Siparietti di carta: trasparenze e sovrapposizioni teatrali
I Siparietti esposti lungo il percorso propongono un discorso affine, fondato sul collage di carte da lucido colorate. Ogni frammento ha un profilo proprio, che si mette in relazione agli altri attraverso sovrapposizioni calibrate. La trasparenza diventa strumento compositivo che modula luce e colore: dove i fogli si sovrappongono il colore si intensifica, dove sono isolati si alleggerisce. La disposizione crea un effetto tridimensionale fatto di piccoli scarti di profondità, capaci di riorganizzare la percezione dello spazio. La loro collocazione richiama un senso teatrale, come quinte che si susseguono a definire una scena raccolta.
Le ombre lungo i bordi definiscono i limiti delle superfici, segnano l’intervallo tra un piano e l’altro. Questi lavori mantengono un legame con il foglio, la pagina, ma la trasformano in parte di una piccola architettura compositiva. I Siparietti diventano così microcosmi di pigmento e filtro, manufatti equilibrati e precisi che sfidano la fragilità apparente.
Sculture tattili: superfici che si fanno corpo
Tra le sculture di El Asmar spicca l’esercizio del lontano, che gioca sul contrasto tra superficie e corpo. Un vaso in vetro rivestito di tessuto si presenta familiare e insieme distante, grazie alle pieghe e curve che si formano nel tessuto. La trama diventa una seconda pelle, che restituisce contorni e limiti creando una descrizione a più livelli. L’approccio rende il contatto quasi tattile, mentre la trasparenza del vetro muta la percezione della solidità, trasformando l’idea stessa di consistenza.
In questa scultura convivono memoria di forme, proporzioni e ornamenti, frammenti di cose viste che si trasformano in paesaggi personali. La curatrice Adelina von Fürstenberg ha sottolineato come i lavori di El Asmar richiamino un immaginario sospeso tra Oriente e Occidente, con riferimenti al mistico persiano Shihâboddîn Yahyâ Sohrawardî. Un contesto che arricchisce di significato il processo creativo, dove forme familiari diventano simboli di un viaggio mentale ed emotivo.
Un ex stabilimento che parla: memoria industriale e poesia dello spazio
La mostra si svolge in un ex stabilimento industriale, l’ex GEA – Grafiche Editoriali Ambrosiane, trasformato da Assab One in uno spazio culturale che unisce Milano alla sua storia produttiva. La memoria del luogo resta viva nelle travi a vista, negli ampi pavimenti, nelle prospettive che scandiscono lo sguardo. L’allestimento di Elena El Asmar crea un contrasto forte e ricercato: costruisce un’architettura intima e poetica all’interno di un ambiente ampio e materiale.
Il dialogo tra spazio e opere genera una tensione che rende la visita un’esperienza unica. La vastità della sala si accorda alla delicatezza delle immagini e dei segni, dando vita a un racconto che afferra il ricordo e lo trasforma in un’immagine sempre in divenire. Qui una linea semplice o la sagoma di una coppa diventano custodi di un mondo intimo e al tempo stesso universale.
