A Torino, Marisa Merz racconta storie che sfuggono a ogni schema. Non è una mostra qualunque: tre spazi, due curatori, un unico filo che intreccia visioni diverse. “La danza delle ore” non si limita a mostrare opere; entra nel cuore di un’artista in continuo movimento, capace di trasformare materiali e idee con una libertà rara. Fondazione Merz, GAM e Castello di Rivoli hanno messo insieme un progetto che rispetta questa libertà, senza rinchiuderla in etichette facili. Qui, l’arte si fa esperienza viva, muta forma e resiste a ogni definizione.
Tre sedi, tanti sguardi: un racconto a più voci
La mostra si snoda tra tre sedi, sei curatori e una pluralità di interpretazioni che rompe l’idea classica di retrospettiva lineare. Alla Fondazione Merz, a guidare è Beatrice Merz, figlia dell’artista, insieme a Sébastien Delot; alla GAM, Chiara Bertola e Chiara Parisi curano l’esposizione; al Castello di Rivoli, Francesco Manacorda e Marianna Vecellio si concentrano sulla dimensione spaziale e concettuale delle opere. Questa scelta permette di mostrare che Marisa Merz non può essere raccontata con un’unica voce. Beatrice Merz racconta di aver cercato di selezionare opere seguendo ciò che sua madre avrebbe voluto, pur sapendo che non sarebbe mai stata lei a farlo. Ne esce il ritratto di un’artista che ha sempre messo in discussione se stessa, senza mai fissarsi in una forma definitiva.
Questa molteplicità di sguardi evita il rischio della celebrazione fine a se stessa e lascia aperto un confronto vivo e complesso. Ogni sede indaga un tema diverso: il rapporto con la materia, l’uso dello spazio, la memoria domestica, la dimensione trascendente del gesto artistico. Il risultato è un ritratto mai chiuso, in cui ogni opera si muove tra continuità e frammentarietà.
Marisa Merz va oltre l’etichetta di “unica donna dell’Arte Povera”
Per troppo tempo Marisa Merz è stata ridotta all’etichetta di “unica donna dell’Arte Povera”. Certo, è un dato storico, ma oggi rischia di soffocare la sua eredità autentica. Merz non si limita a portare una voce femminile nell’arte, ma rompe con materiali e gerarchie tradizionali: dalle Living Sculptures in alluminio, alle maglie di rame, alle sculture in argilla e cera, fino ai piccoli oggetti come la Scodella di sale o le Scarpette. Tutto questo materiale mette in crisi la distinzione tra arte alta e oggetto quotidiano, tra monumentalità e intimità.
Sébastien Delot coglie bene il cuore del lavoro di Merz, definendolo «rischio» e «alchimia»: trasformare una cosa in un’altra con gesti sapienti e apparentemente semplici. Beatrice Merz sottolinea che sua madre non si è mai preoccupata di lasciare un’eredità o di inserirsi in una storia dell’arte. Si è sempre vista come un’artista libera, pronta a reagire al proprio tempo senza seguire percorsi prestabiliti.
Da qui emerge un’artista che ha difeso prima di tutto la libertà concreta del fare, una conquista rara in un mondo spesso condizionato da logiche di mercato e istituzioni. Un’opera in continuo divenire, impossibile da incasellare.
Alla Fondazione Merz: emozioni che si trasformano in materia
Tra le cose più toccanti alla Fondazione Merz c’è un piccolo biglietto scritto dall’artista con la frase «Noi estraiamo geometria dal sentimento ». Quel semplice appunto svela molto del suo modo di lavorare. La geometria non è rigida o imposta, ma nasce dall’esperienza emotiva, dalla memoria, dal corpo.
I materiali in mostra – fili di rame, cera, terra, alluminio, cartoline, specchi, tappi di bottiglia, petali di rosa – non si gerarchizzano. Un tappo di plastica resta un tappo, ma entra in un nuovo dialogo con ciò che lo circonda. I volti che affiorano da disegni o piccole testine in argilla sembrano forme che si definiscono e svaniscono, sempre in bilico tra un punto d’arrivo e una partenza.
Questa libertà nella forma, che si rimanda e si ricostruisce, è la cifra più poetica di Merz. Non si tratta di mettere ordine, ma di tenere insieme elementi diversi, fatti concreti sospesi in un’emozione che cresce senza diventare astratta.
La GAM e l’idea di casa che rompe gli schemi
Alla GAM la casa è al centro, ma non come semplice spazio intimo o rifugio. Sette stanze accolgono opere storiche e lavori inediti provenienti dalle case-studio di Torino e Milano. Tra questi spicca la “Living Sculpture” del 1966, restaurata a La Venaria Reale: una delicata struttura di lamine di alluminio che si muove con la luce, l’aria, il passaggio delle persone.
Anche il rame lavorato a maglia fonde memoria domestica e sperimentazione, trasformando un gesto artigianale in qualcosa di sfuggente. La lettura “domestica” di Merz rischia di diventare una scorciatoia se ridotta a temi femminili o a un’intimità tradizionale.
La casa dell’artista era invece un luogo vivo, fatto di lavoro, relazioni, continui cambiamenti. I peluche in cucina, definiti da Merz “il suo pubblico”, capovolgono ogni idea rassicurante su dentro e fuori, trasformando il domestico in un terreno di rinegoziazione delle gerarchie artistiche.
Al Castello di Rivoli lo spazio diventa esperienza
Al Castello di Rivoli, Francesco Manacorda e Marianna Vecellio mettono in luce l’installazione “E il naufragar m’è dolce in questo mare” del 1980. Intorno a essa si raccolgono più di sessanta opere: dipinti, disegni, sculture in argilla e installazioni in metallo. Qui l’esperienza di Merz si apre allo spazio e a nuove dimensioni.
La leggerezza delle opere non è più fragilità, ma modo di occupare il vuoto, di giocare con distanze e sospensioni. Il dialogo con dieci artiste contemporanee – Miriam Cahn, Tacita Dean, Lara Favaretto, Micol Assaël, Leonor Antunes, tra le altre – aggiunge uno strato ulteriore, senza forzare legami lineari.
La presenza di opere sacre dalla Collezione Cerruti, come quelle di Agnolo Gaddi, crea un ponte con il passato senza caricare Merz di un’aura mistica. Il sacro torna a vivere in materiali concreti: argilla, cera, rame, gesti ripetuti. La trascendenza diventa un’esperienza tattile, radicata nel corpo e nella storia.
Cosa manca ancora a Marisa Merz? La domanda resta aperta
Parlando con Beatrice Merz emerge un atteggiamento di prudenza: alla domanda se qualcosa manchi nei tre spazi espositivi, risponde che «abbiamo abbastanza completato», ma senza chiudere il discorso.
“La danza delle ore” non dà risposte definitive su Merz, anzi rende più complessa ogni narrazione semplice. Spinge a mettere da parte cliché come “la donna dell’Arte Povera” o “l’artista della casa”, restituendo un’artista viva, sempre in tensione tra forma e sentimento, libertà e materia.
Quel biglietto scritto al Boscolo Hotel, con la sua idea di estrarre geometria dal sentimento, è l’ultima traccia lasciata da Merz. La forma non arriva mai da sola, nasce da un corpo emotivo che continua a parlare attraverso oggetti, spazi e relazioni.
